La storia con Piero

Micaela rimase sorpresa della velocità con la quale aveva preso la decisione di troncare la telefonata, mentre metteva un vecchio Cd dei Bee Gees, che raccoglieva tutte le loro più belle canzoni degli anni sessanta e settanta. Questa collection ormai faceva parte della storia della disco music.

A lei piaceva molto ascoltare vecchie band che avevano spopolato in Italia e nel mondo molti anni prima che lei nascesse. Non disdegnava di assaporare anche musica recente, ma le vecchie incisioni con le loro melodie mai aspre e dai testi incisivi e poetici erano una fonte di continue scoperte che l’affascinavano e l’attraevano.

Mentre “World” si spargeva per la stanza, lei sdraiata pigramente sul letto ripensava alla telefonata con Piero, agli argomenti trattati e allo strano invito nebuloso e misterioso che aveva rifiutato prontamente d’istinto.

Non aveva minimamente immaginato che quell’omone che la sovrastava di una buona spanna potesse frequentare il coro della parrocchia di Albignasego. Quando ne avevano parlato non aveva dato troppo preso alla cosa, ma ora sì perché rivelava un lato del carattere poco appariscente e del tutto insospettabile.

Un altro aspetto che l’aveva sorpresa e sconcertata era la vasta e profonda cultura che aveva rivelato durante la conversazione, perché lo aveva pensato privo di istruzione o al massimo sommaria e superficiale. Silvia, quando ne avevano parlato, le aveva detto che aveva interrotto gli studi subito dopo la licenza media per fare il garzone nel negozio di alimentari della Madonna Pellegrina. Inoltre lo aveva descritto come un donnaiolo gaudente, senza troppi scrupoli, sfrontato e cinico.

Ora si domandava se queste erano sole chiacchiere oppure corrispondevano al vero, perché avevano discusso di Kant  e della sua opera più famosa “La critica della ragion pura” con una profondità ed una capacità di analisi veramente insospettabili. Kant era per lei il Filosofo e le sue idee quanto di più sublime avesse il pensiero umano espresso. Lui aveva rimarcato come l’idea kantiana dell’oggetto puro fosse permeata di utopia e fosse figlia del settecento. Del tutto inadatta ai tempi attuali.

Non stato solo questo argomento che l’aveva sorpresa, mentre rimuginava su quanto si erano detti. Conosceva Cassola e Calvino molto meglio di lei, che aveva creduto di sapere tutto di questi due autori.

“Chi è quest’uomo?” si interrogava dubbiosa, chiudendo gli occhi, mentre immagini fluttuanti e quasi evanescenti alleggiavano nella mente.

Si chiedeva se era l’uomo descritto da Silvia o quello che lei aveva percepito nei pochi momenti nei quali si erano visti. Aveva la strana sensazione che Piero fosse un mistero per lei, che doveva scoprire solo con le sue forze senza preconcetti o  preclusioni, perché appariva ai suoi occhi come un Mr. Hide e un Dr. Jekill in versione moderna.

Però il solo pensiero di affrontare un terreno così infido e paludoso la faceva rabbrividire, perché l’esperienza con Matteo era stata veramente scioccante.

“Errare humanum est, perseverare est diabolicum!” diceva nel latino maccheronico più sentito che studiato “Piero mi affascina, ma il suo fascino mi sembra pericoloso”.

 

Piero era ancora dubbioso mentre osservava corrucciato il display del telefono grigio e con piccoli numeri mobili.

“Ha dei belli artigli la gattina” rimarcando la sconfitta di non essere riuscito ad avvolgere con la tela la preda.

Per lui era uno smacco sapere che una donna, per di più single e giovane, aveva osato sbattergli sulla faccia un “No” secco e senza possibilità di repliche. Non gli era mai capitato nell’ormai ultra decennale carriera di donnaiolo che una possibile preda fosse sfilata via con tanta eleganza da lasciarlo senza parole.

“Cosa non ha funzionato” si domandava inquieto perché adesso il germe e la voglia di conquistare Micaela si stava insinuando pericolosamente nella testa incapace di scacciare questo pensiero fastidioso come una zanzara.

Lui, cacciatore, stava trasformandosi in preda senza possibilità di scampo. Lui, che aveva sempre evitato con molta eleganza le donne in cerca di un compagno fisso, si trovava nell’insolita posizione di rincorrere una ragazza che gli appariva ora come un’immagine sfumata e dai contorni evanescenti e soffusi.

Si ritrovava preda di un innamoramento come un ragazzino di quindici anni, lui che aveva alle spalle un matrimonio naufragato per colpa sua e decine e decine di avventure effimere e poco stimolanti.

“Cosa mi ha colpito” ripeteva monotono col telefono muto in mano “I capelli rossi? Gli occhi verdi e mobili? Oppure l’intelligenza e il buon senso, merce rara nelle donne”.

Era indeciso se richiamarla per concretizzare l’invito con maggiore chiarezza oppure rimandare il chiarimento all’indomani dopo avere decantato le sensazioni con ragionamenti più lucidi e mirati.

Stava sfogliando la classica margherita, quando la telefonata di un amico lo distolse da questi pensieri, decidendo di rimandare a domani le spiegazioni. Adesso non sarebbe stato capace di ragionare con sagacia per rimediare alla gaffe dell’invito.

“Non è serata” disse mentre si rivestiva.

E riprese la strada dell’uscio.

(Capitolo 28)

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Comincia una nuova storia

Piero dopo la visita di Micaela stava facendo uno strappo al proprio codice di donnaiolo impenitente, dove c’era posto solo per donne sposate o conviventi, mentre le single come chiamano adesso quelle sole era bandite.

"Una donna single?" diceva tra lo scherzoso e il faceto "Sono più pericolose di un serpente a sonagli! Se poi sono separate o divorziate, vanno cancellate immediatamente! Quelle lì cercano solo il surrogato della prima scelta".

Quindi pur essendo affabile, bonario, pronto alla battuta scherzosa con tutte le donne al di sotto dei quaranta anni, altra regola aurea di Piero, lanciava messaggi in codice solo alle donne sposate, che riusciva a circuire con molta abilità.

Faceva sesso con loro chiarendo immediatamente che non voleva storie o passioni travolgenti perché non c’era posto per il sentimentalismo.

"Sono in grado di farti toccare il cielo con un dito" diceva loro mentre stavano sotto le lenzuola "ma non farti venire delle cattive idee che possa diventare nel tempo il tuo amante. Accontentati delle mie prestazioni. Se le trovi soddisfacenti, niente in contrario per ottenere delle repliche. Però niente amore od altre sdolcinatezze, solo sesso e basta".

Qualche poveretta tentava di commuoverlo con dichiarazioni piene di passione, ma lui mostrava il lato oscuro del carattere: cattivo, violento e duro. Si levava dal letto con una grinta non proprio amichevole sbattendole in faccia che era una sgualdrina pronta ad aprire le gambe, minacciando di spifferare tutto al marito o compagno che fosse. Se quella insisteva, metteva in pratica la minaccia con molto cinismo e cattiveria.

Sapeva tenere testa al marito tradito con vigore e forza con qualche epilogo finito in rissa dove faceva valere la prestanza fisica dei suoi 180 centimetri e dei cento chili di peso.

Così diverse donne invaghite di Piero e deluse dal menage matrimoniale accettavano le condizioni poste pur di godere delle prestazioni sessuali, che valutavano come straordinarie.

Micaela lo aveva colpito tanto che meditava seriamente di fare un’eccezione alle regole che si era dato. Aveva un intuito eccezionale per capire immediatamente se la donna che stava di fronte a lui era in relazione stabile oppure era una single in cerca di un uomo con il quale pensava di condividere la vita futura.

Nel caso di Micaela non aveva dovuto fare ricorso all’intuito perché sapeva perfettamente che la relazione era andata in frantumi sotto il temporale quella famosa sera della Paltana.

Stranamente era stata la protagonista di un paio di fantasie erotiche per alcuni giorni dopo quel fortuito incontro, ma poi era scomparsa all’orizzonte e finita nel dimenticatoio. Un campanello fastidioso segnalava pericolo rosso nella testa perché per la prima volta aveva pensato ad una donna non più come oggetto o bambola usa e getta, ma l’aveva inquadrata sotto una luce nuova, come una persona da frequentare.

Tutto questo era rimasto in sottofondo, nel limbo delle intenzioni senza materializzarsi in modo esplicito fino al giorno nel quale Micaela era comparsa sull’ingresso del negozio trasformando un fantasma etereo in una persona tangibile. Aveva dovuto fare ricorso a tutto il proprio autocontrollo per non manifestare l’interessamento verso di lei. Era rimasto esteriormente freddo e lucido, mentre dentro di lui mille pensieri tumultuosi avrebbero voluto concretizzarsi in parole e gesti.

Micaela gli aveva scritto il numero di telefono mentre lo scambiava con il suo. Però lui aspettava con impazienza che fosse lei la prima a chiamare. Passarono diversi giorni senza che la telefonata diventasse una realtà materiale. Questo pensiero gli tolse la concentrazione durante la prestazione con una donna che rimarcò vivacemente la propria insoddisfazione.

Aveva concordato di passare con lei alcune ore in uno dei tanti alberghi sparsi nella campagna patavina dove le coppiette andavano a consumare un veloce e frettoloso rapporto sessuale in un letto non troppo pulito anziché stare scomodi in auto.

Quella sera Piero pensava in continuazione a Micaela e trovava la compagna insipida e scadente rispetto a quella ragazza dai capelli ramati, mentre si domandava cosa stava a fare lì con una donna un po’ consunta dal tempo e che non riusciva ad eccitarlo per nulla.

Dopo un primo veloce rapporto Piero si alzò e disse secco: "Ti riaccompagno in città" mentre si cominciava a vestire.

"Non puoi farlo" rispose lei delusa e quasi piangente "siamo qui da mezz’ora e sono del tutto insoddisfatta".

Lui le rispose con acrimonia e malignità di cercarsi qualcun altro la prossima volta.

Rientrato velocemente a casa, chiamò Micaela che rimase sorpresa della telefonata.

Parlarono a lungo di molti argomenti, mentre la curiosità di conoscersi meglio si stava impadronendo di loro.

"Venerdì sera sei ospite mia" disse senza tanti giri di parole Piero "e potremmo conoscerci meglio".

"Dove mi porti" rispose la ragazza meravigliata dall’invito "o è una sorpresa?".

"Aspetta venerdì" ribatté l’uomo chiudendo la telefonata.

"No. Allora grazie per l’invito" proseguì determinata Micaela, perché non amava accettare proposte al buio e chiuse la conversazione.

Piero rimase a guardare il telefono muto e pensò: "Ti sta bene!"

 

(Capitolo 27)

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La lite

Matteo stava riaccompagnando a casa Micaela dopo che avevano sostato a lungo in Prato della Valle in una fresca serata di inizio ottobre. Stranamente dopo una calda e afosa giornata, che aveva tolto il fiato per l’umidità, la sera si presentava fresca ed arieggiata.

Il tempo che era stato bello per tutto il giorno stava volgendo al brutto come la conversazione tra i due giovani. L’argomento era la famosa serata della Paltana. Matteo si sforzò di essere persuasivo, ma complicò inutilmente la discussione senza spiegare nulla irritando sempre più Micaela che disse risoluta che sarebbe andata a casa.

Fecero una prima sosta dopo aver oltrepassato la spaccatura nelle mura cittadine nelle vicinanze della pista di pattinaggio, ancora illuminata per consentire l’allenamento ad alcuni giovani atleti, mentre lui si affannava a mantenersi calmo con scarsi risultati.

Micaela non sopportava più l’insistenza di Matteo, si sentiva oppressa e privata della propria capacità decisionale come se esistessero degli obblighi per i quali lei doveva sottostare alle richieste di lui.

Ormai aveva deciso di troncare in modo definitivo e senza ripensamenti quel rapporto diventato intollerabile ed angosciante per il pessimo carattere di Matteo, per il morboso innamoramento che si stava trasformando in una specie di incubo diurno e notturno.

“Matteo” esordì Micaela “stai diventando insopportabile. Non riesco a respirare liberamente senza sentire il tuo fiato su me, senza provare un vago senso di minaccia”.

Matteo la guardò incattivito e si spostò di lato appoggiandosi alla ringhiera che separava la pista dal pubblico.

“Io ti amo” replicò con voce tremolante per la rabbia “Ti amo, come mai ho amato nessun’altra. Non ti voglio perdere perché sei parte di me. Non comprendi i miei sentimenti?”

Micaela lo guardò senza espressione come se lui fosse diventato all’improvviso trasparente, vide scattare il verde pedonale e s’affrettò a superare la strada per incamminarsi in Via Acquapendente.

Matteo come impazzito restò per un attimo fermo ed incredulo di essere lasciato lì come uno stoccafisso, poi si riscosse e si avviò a rincorrerla, ma il rosso aveva dato via libera alle auto impazienti di scattare e volare via.

Lei senza mai voltarsi indietro a passo svelto camminava sotto le chiome dei grandi platani che contornavano la via sperando che lui non la rincorresse.

Suo malgrado Matteo dovette aspettare il prossimo verde utile prima di lanciarsi all’inseguimento di Micaela.

Come un forsennato corse per raggiungerla e la strattonò per un braccio per fermarne la corsa.

Lei si divincolò e gli urlò “Vattene! Non voglio più vederti!”, mentre tutti si giravano ad osservare il litigio tra i due giovani.

“No, “ replicò rabbioso “non me ne vado. Non mi puoi piantare così”.

L’alterco durò diversi minuti, mentre dalle finestre delle case intorno le persone osservavano, commentavano e scuotevano la testa, finché Matteo furibondo e rosso per l’ira non decise di andarsene senza salutare.

Micaela riprese la corsa infilandosi in una via laterale e poi in un’altra, e un’altra ancora cercando di far perdere le sue tracce, finché non vide l’insegna “ALIMENTARI” sopra il negozio, nel quale prontamente entrò non prima di aver guardato a destra e a sinistra e dietro nel timore di scorgere la sagoma di Matteo.

Quando entrò nel negozio Piero non c’era, perché era il suo giorno di riposo e rimase delusa perché avrebbe voluto vedere quella faccia simpatica che ispirava fiducia.

Piero era un uomo di trenta anni dal fisico robusto piuttosto corpulento nonostante l’altezza ragguardevole. I capelli erano biondi e lunghi non molto curati, gli occhi di un bell’azzurro pallido luminosi e mobili. Aveva lasciato presto la scuola senza terminare le superiori, ma la cultura non mancava perché leggeva di tutto e sapeva tenere in piedi molte discussioni. La parlantina sciolta e curata, l’uso appropriato del dialetto, l’intuizione quasi profetica lo rendevano un perfetto commesso di negozio.

Così non aveva faticato a sistemarsi come garzone in un negozio di alimentari della Madonna Pellegrina, che raggiungeva da Albignasego tutti i giorni dove abitava.

Si era sposato con una donna che aveva uno studio immobiliare ed a malincuore aveva lasciato Sgorzon per lo studio della moglie. Però il matrimonio era naufragato fragorosamente per la costante infedeltà. La moglie inizialmente aveva finto di non vedere, ma l’ennesimo tradimento era stato troppo rumoroso per passare sotto silenzio. Il marito tradito aveva creato un polverone talmente denso da finire sulla cronaca di Padova.

Dopo la separazione Piero era tornato nella vecchia casa di Albignasego mentre Sgorzon lo accoglieva nuovamente a braccia aperte nel negozio con la soddisfazione delle clienti.

Naturalmente il vizio di frequentare donne sposate non l’aveva perso.

"Con una donna sposata o in relazione" diceva agli amici "non ci sono problemi. Si passa qualche ora a letto insieme e poi ognuno per la sua strada. Con la single è tutto diverso. Per il solo fatto di avere fatto sesso pretendono di avviare una relazione stabile".

Poi aggiungeva che una donna single era noiosa e molto spesso inesperta, mentre chi era in relazione stabile era calda come una gatta in amore e assicurava prestazioni maiuscole.

Le donne non mancavano, quindi aveva solo l’imbarazzo della scelta. Gli amici non riuscivano a capire i segreti di Piero in campo sessuale. Era un uomo non troppo bello con diversi chili di troppo, ma riusciva a catturare gli sguardi femminili come una calamita attirava il ferro.

Micaela contrariata si avviò verso casa. Era stata una pessima serata.

(Capitolo 26)

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Prove di riconciliazione

Matteo insisteva testardo e cocciuto come un mulo, perché voleva parlare, chiarire, far capire i motivi del litigio culminato con l’abbandono di Micaela sul ciglio della statale sotto una pioggia battente e mettendo in pericolo l’incolumità della ragazza.

Però per lei c’era poco da spiegare "quello che aveva fatto, non merita perdono!" diceva a se stessa non per auto convincersi che il gesto non meritava comprensione, ma perché lui era troppo pericoloso con quelli scatti d’ira violenta ed incontrollata.

Era talmente molesto che stava pensando seriamente di prendere un’altra scheda telefonica, perché riceveva decine di telefonate irritanti tutti i giorni.

Lei che era schiva e riflessiva e dal carattere franco e deciso si ritrovava irresoluta e balbettante quando pensava a Matteo per poi riacquistare tutta la propria grinta quando erano a tu per tu. Aveva chiaro l’obiettivo a breve termine: chiudere brillantemente gli studi di architettura e ritagliarsi il proprio spazio professionale anche se adesso non coglieva in modo percettibile la maniera più idonea per raggiungerlo. Però per lo screzio con Marco era entrata in crisi psicologica sugli obiettivi da perseguire per di più disturbata dall’assillo di Matteo.

Il martellante tentativo di lui per ricucire uno strappo assolutamente indifendibile la metteva in difficoltà perché le toglieva o meglio attenuava quella forza interiore che l’aveva sostenuta finora. Lei che si considerava fortunata per quanto le era stato elargito fino a quel momento possedeva un equilibrio interiore e una ragionevole consapevolezza che "la vita è fatica e il successo va conquistato con le proprie forze". Però adesso tutte queste certezze erano messe a dura prova tanto che non si sentiva più tanto sicura se era corretto negare a Matteo la possibilità di spiegare l’inspiegabile.

Tutti questi pensieri, dubbi ed incertezze erano annotati meticolosamente in un diario che mai nessuno aveva avuto il privilegio di leggere. Anzi nessuno era a conoscenza che ne teneva uno anche se questo era la normalità per le ragazze della sua età. In realtà erano più di uno perché questo esercizio di memoria futura l’aveva da quando aveva sedici anni. Erano tutti ben mimetizzati nascosti all’interno di libri dall’aspetto innocuo mescolati tra volumi di narrativa e fantasy e testi scolastici.

Il suo dubbio assomigliava alla classica margherita del "m’ama, non m’ama" con una certezza che ogni scelta avrebbe prodotto dei guasti.

"Se consento" diceva una sera mentre discorreva con Silvia "non significa che ho intenzione di riprendere un rapporto ormai guastato in modo irrimediabile. Gli concedo solo di dare delle spiegazioni su un comportamento ingiustificabile in maniera assoluta".

Proseguendo nel ragionamento accennava ai pericoli che poteva correre negandogli la possibilità di un incontro a quattro occhi. Di sicuro avrebbe dovuto cambiare scheda telefonica per far cessare il bombardamento tecnologico al quale la stava sottoponendo. Poi non si sarebbe sentita più sicura fuori dalle mura di casa per il timore di vederlo materializzarsi all’improvviso senza avere la minima certezza che l’incontro non finisse in tragedia.

"Certamente" proseguiva Micaela nell’analisi dei pro e dei contro "certamente non è scevro di pericoli l’ipotetico incontro chiarificatore, perché …" e fece una lunga pausa.

"Si, hai ragione" rispose Silvia "ma mi sembra che l’incontro in qualunque maniera finisca sia il male minore".

Micaela si sentiva accerchiata da un lato Matteo con il carattere passionale e possessivo, dall’altro lato Marco col rancore di chi non veniva preso in considerazione e lei al centro della scena senza possibilità di manovre salvo quella di sparire da Padova.

Nonostante le lunghe discussioni con Silvia sapeva che le decisioni dipendevano solo da lei senza l’aiuto di altri. Così non passava giorno che non si ponesse la solita domanda "Cosa fare?" trovando la medesima risposta "non lo so".

Matteo non riusciva a darsi pace perché ancora una volta aveva rovinato tutto per il quel carattere irascibile che lo tormentava come una fastidiosa zanzara.

"E pensare" si ripeteva più volte "sono romantico e mite, piuttosto conciliante e pacifico. Però quando ho i miei cinque minuti ho scatti d’ira e reazioni sproporzionate rispetto all’evento".

Micaela gli aveva fatto girare la testa con una passione che non aveva mai avuto prima tanto che il pensiero di perderla era un accadimento che gli creava scompiglio più di una malattia grave.

Capiva perfettamente che la sua sarebbe stata una missione impossibile perché quello che aveva fatto non poteva essere compreso e minimizzato.

"Però ci devo provare" continuava a dire a se stesso "almeno avrò dato delle spiegazioni".

Era ben conscio che nessuna chiarificazione avrebbe avuto il potere di riannodare i fili del rapporto strappati e lacerati bruscamente. Quindi provava in tutti i modi di contattare Micaela senza risultati apprezzabili, anzi ogni giorno che passava comprendeva che ci sarebbe voluto un miracolo per ottenere quell’incontro chiarificatore. Però lui non rinunciava al suo proposito.

Erano passate alcune settimane, quando una sera all’ennesimo squillo sentì la voce di Micaela che diceva "Ciao". Col cuore in tumulto e la voce roca per l’emozione riuscì a dire solo un banale "come stai?" mentre avrebbe voluto aggiungere altre mille parole che rimasero confinate nella testa.

La conversazione stentava a decollare perché lei era molto imbarazzata e fredda come il ghiaccio e lui era in notevole confusione mentale.

Tra lunghe pause silenziose e parole stentate si misero d’accordo di vedersi in Prato della Valle verso sera un paio di giorni dopo.

Entrambi esausti e dubbiosi si chiedevano se sarebbe stato opportuno incontrarsi perché avrebbe finito per essere un incontro penoso e carico di tensione. Più di una volta ebbero la tentazione di richiamarsi e dirsi "mi dispiace, ma è meglio non vedersi", ma non ebbero il coraggio di farlo.

E macerati dal dubbio due sere dopo si incontrarono.

 

(Capitolo 25)

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Il racconto prosegue…

La non pubblicazione dei nuovi capitoli è puramente tecnica. Il mio PC ha preso l’influenza ed è sotto cura di antibiotici.

Le pubblicazioni, spero, riprenderenno presto!

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Il giorno dopo la tempesta

Rientrata a casa Micaela trovò la casa vuota e non dovette dare spiegazioni penose ai propri genitori. Si tolse tutto, tanto non c’era un indumento asciutto o in buono stato, fece una doccia calda per togliersi da dosso tutto l’umido accumulato in precedenza prima di infilarsi tremante nel letto.
Il telefono squillò a lungo e ripetutamente: era il numero di Matteo. Lo spense, perché non voleva sentire quel suono che le trafiggeva la testa come una corona di spine. Tra brividi di freddo e sussulti di lacrime non riusciva ad odiarlo, ma percepiva una violenta irritazione nei confronti di lui e verso se stessa, perché si era lasciata trascinare dalla curiosità di una domenica diversa, di conoscere le proprie reazioni e capire le reali intenzioni di Matteo, che pareva averla stregata.
Tra i ricordi confusi di una serata da dimenticare le sembrava di ricordare qualche frammento di conversazione con il proprio salvatore del quale aveva già scordato il nome.
Le sembrava, ma non era certa perché era come sospesa tra realtà e sogno con un senso di indeterminatezza dello spazio e del tempo, che avesse detto: “Lavoro vicino a casa tua. Faccio..” e qui i ricordi sfumavano nel delirio.
I brividi aumentavano, ma era la febbre che incalzava, mentre il petto era squassato dai sussulti di singhiozzi non più tenuti a freno dalla volontà di vincere la rabbia che prepotente cresceva dentro di lei.
Si rannicchiò sempre di più per proteggersi dal freddo che sentiva dentro e fuori di sé, ma il corpo non percepiva calore a parte il viso che sembrava bruciare per la febbre. Non trovava la forza di alzarsi e prepararsi latte caldo, miele di castagno ed aspirina per combattere la grossa infreddatura rimediata nel ritorno da Monselice. Scivolò lentamente nel dormiveglia agitato e confuso, pieno di sogni da incubo con Matteo che la possedeva con furore ed una punta di sadismo. Lei avrebbe voluto urlare, scappare, ma mille lacci e laccioli la trattenevano tra le braccia di ferro di lui impedendole la fuga. Non comprendeva perché non riusciva a rompere quei deboli legacci che la imprigionavano in una casa sconosciuta. Farfugliava parole senza senso, pronunciava pensieri sconnessi, vedeva ruotare attorno a sé le pareti come un gigantesco caleidoscopio che scomponeva immagini per poi ricomporle in modo differente.
Aveva perso la percezione spaziale-temporale della propria esistenza, quando la madre la svegliò per coprirla con un plaid e farle bere latte caldo con l’aspirina.
La mattina seguente sentì la fronte bruciare per la febbre e la gola piena di mille aghi che si divertivano a pungere con sadismo, mentre i ricordi confusi si ricomponevano lentamente nella mente. Per diversi giorni non avrebbe potuto aggregarsi al gruppo con grande dispiacere perché avrebbe perso le lunghe riunioni e discussioni su come procedere nel recupero dell’area. La raccolta delle informazioni nel cantiere erano terminate, ora si doveva analizzarle e sintetizzare per dare vita al progetto definitivo. Avrebbe perso la metodica con la quale si sarebbero separati i dati importanti da quelli ininfluenti per poi aggregarli secondo criteri tecnico-economici nelle linee guida da presentare alla proprietà.
Sentiva montare dentro di sé una rabbia sorda verso Matteo che con il comportamento tenuto l’aveva costretto a letto febbricitante. Cercò di concentrare la propria attenzione su quel uomo corpulento che l’aveva salvata sotto il temporale, ma non ricordava il viso, le mani e il corpo, ammesso che lei lo avesse fissato intensamente. Faticava a ricordare il nome, che le torno alla mente dopo lunghi sforzi di concentrazione, ma tutto era fumoso come le dense nebbie autunnali che avvolgevano Padova.
Però si era ripromessa che sarebbe andato a cercarlo per ringraziarlo dell’aiuto provvidenziale a ritornare a casa.
Adesso doveva concentrarsi per guarire al più presto e non voleva pensare ad altro.
Matteo, rientrato a Rubano in preda all’ira, si rese conto dell’enormità che aveva commesso. Era stato imperdonabile lasciarla sul ciglio di una strada pericolosissima e sotto il diluvio universale e colto da un senso di colpa sgomento e tremendo riprese l’auto per tornare là dove l’aveva lasciata perché contava che erano passati pochi minuti.
Sentì in lontananza il sinistro suono di una ambulanza e credette di morire per il terrore che avesse soccorso Micaela. Perlustrò la statale senza trovare traccia di lei o segnali di un passaggio. Si fermò per comporre febbrilmente il numero di telefono, ma la fretta lo indusse in errore chiamando altre persone. Finalmente calmati i tremiti della mano sentì squillare il telefono giusto senza ottenere risposta. Come impazzito si precipitò al pronto soccorso dell’Ospedale Civile di Padova per informarsi se una giovane donna fosse stata ricoverata di recente.
Riuscì a calmare l’ansia, rassicurato che in qualche modo Micaela aveva raggiunto la propria abitazione, mentre pensava a come scusare un comportamento incivile e non troppo degno di una persona innamorata.
Non trovava parole ed avrebbe faticato a individuarle, perché aveva avuto una reazione sproporzionata alle circostanze dei fatti.
“E’ vero che è stata una giornata pessima e storta da ogni punto di vista” si diceva mentre entrava in casa “Però sono stato io ad invitarla e tutto sommato aveva ragione a lagnarsi perché ero nervoso ed irritato. Poi anziché proteggerla dalla pioggia, l’ho lasciata inzupparsi per benino perché ho ritenuto che fosse la giusta punizione alle sue rimostranze. Ora come farò a presentare delle scuse accettabili?”
E questo pensiero lo accompagnò per tutta la notte.
L’indomani prima di recarsi in ufficio tentò inutilmente di mettersi in contatto, ma il telefono era muto e spento. Riprovò più volte nella mattinata, ma sentiva solo una voce metallica registrata che diceva “Il cliente da lei cercato non è al momento raggiungibile…”.
L’ansia si stava impadronendo di lui distogliendolo dal lavoro mentre percepiva che ricucire lo strappo sarebbe stato pressoché impossibile.
Doveva rassegnarsi perché stavolta l’aveva persa in modo irrimediabile.
(Capitolo 21)

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Volando sopra una piuma

Volando sopra una piuma
vado là dove mi porta il vento.
Leggero ed etereo
sento l’alito di te.
Il cielo grigio
promette pioggia
che cade sul prato
bagnato dalle lacrime
del mondo.
Siamo qui
solo di passaggio
e il tempo vola
tra nuvole e sole.
Non mi volto
e guardo diritto
innanzi a me
non c’è nulla.
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