Un viaggio, un incubo – prima puntata

Comincia con questa puntata un nuovo viaggio. Buona lettura

Foto di Juliana Stein da Pexels

Ha cominciato camminando con cautela, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro.

Una maratona e poi di colpo, lo scatto: i fianchi che spingono verso l’alto, i muscoli delle gambe che si rattrappiscono e si slanciano in avanti. Le suole delle scarpe di tela battono l’asfalto rugoso. I gomiti sollevati oscillano avanti e indietro.

Non ha mai corso così. Non ricorda di averlo mai fatto. Non ricorda niente.

Ogni tanto, l’ululato di un clacson da un’automobile in corsa la sferza e la fa barcollare. Un urlo prolungato che si smorza e muore in avanti, in quel punto imprecisato dell’orizzonte verso il quale Simona corre.

Non solleva mai lo sguardo da terra. Vede la punta delle scarpe di tela bianca apparire e scomparire davanti a sé.

Simona continua a correre finché il fiato la sorregge, perché sa che deve allontanarsi il più possibile da quel luogo, dove è rimasta paralizzata dalla paura.

Cosa c’era in quel posto da incutere angoscia? Non lo sa nemmeno lei, è consapevole che là sta il male o meglio un uomo che lo personifica.

Perché si è recata da sola e a piedi nel deposito di uno sfasciacarrozze, avendo ben chiaro che quell’uomo avrebbe tentato di aggredirla e stuprarla?

«Sei stata una sciocca ragazza, mia cara Simona» farfuglia col fiatone per la lunga corsa disperata. «Lo sapevi che Mark voleva una cosa sola: il tuo sesso. E lo voleva con le buone o le cattive, lo voleva e basta! Cosa ti è venuta in mente di andare in quel deposito? Non avevi capito che il luogo era solitario e disabitato? Pensa alle indicazioni che ti ha dato questa mattina a Central Park? Ti ha detto: ‘Vai alla stazione delle corriere Amtrack e prendi l’autobus per New Haven. Quando sei a New Rochelle scendi alla terza fermata dopo il paese. Fai cento passi oltre la fermata, sulla tua sinistra c’è un piccolo viottolo che porta a un fabbricato. Io sarò lì ad aspettarti. Ricordi bene le istruzioni?’ Cosa pensavi che ci fosse lì? Il paradiso terrestre? O l’inferno? Ricorda che ti aveva detto come vestirti: una camicetta bianca leggera, una gonna corta e sotto solo un perizoma in miniatura. Con un abbigliamento del genere dove credevi di andare? A una festa danzante per debuttanti? Sei stata una grossa ingenua non pensare che lui ti voleva fottere! E poi pensavi di cavartela con una scopata? Magari fosse stata solo quella! No, non ci siamo per nulla! Chissà quali altri progetti aveva in mente! Eppure non sei una bambina, ma sei una donna matura.»

Simona ricorda con terrore la faccia contratta di Mark che l’afferra per le spalle per sbatterla sull’erba sudicia di olio e benzina pronto a sollevare la gonna e strappare il perizoma di dimensioni ridottissime. L’aveva comprato, dopo essersi lasciati a Central Park, nella 3th Avenue da Bloomingdale’s nel reparto di lingerie per indossarlo nel pomeriggio, proprio per lui.

C’era quasi riuscito, ma ha perso tempo con la cerniera dei jeans inceppata e lei si era rialzata di scatto ed era corsa via dietro una pila di carcasse di gomme.

Questa è stata la sua salvezza. Mark ha imprecato nello slang del Bronx mentre la cercava dove si era nascosta. Lo ho sentito vicino, mentre si spostava, cercando l’uscita in quel labirinto di carcasse arrugginite e corrose dalla pioggia, di portiere e gomme accatastate in pile instabili pronte a crollare a ogni refolo di vento. Il cuore batteva impazzito per il terrore di finire nelle mani dell’uomo, deciso a farla sua a tutti costi.

Quando è stata in prossimità dell’uscita, che vedeva come il miraggio della fata Morgana, aveva capito che Mark era lontano. Si è corsa sulla strada, dove non è al sicuro, ma forse può contare sugli automobilisti di passaggio.

Dopo la lunga corsa col cuore in gola e con la paura unita come ombra dietro di lei, è alla fine arrivata alla fermata dell’autobus, dove è discesa allegra e fiduciosa un’ora prima.

Scruta sotto il sole cocente di luglio la strada, pregando che la corriera gialla si stagli all’orizzonte e si materializzi presto.

Sente la camicetta aderire al seno, zuppa di sudore, che scivola lento verso la gonna e ancora più giù lungo le cosce, mentre i capezzoli scuri e duri si stagliano netti sulla stoffa bianca. Il sudore lascia una scia di odore animalesco, quasi mascolino per la paura e la lunga corsa. Però non gliene importa nulla, prega che l’autobus arrivi in fretta. Si sente sporca dopo essere stata sbattuta sul lurido prato dello sfasciacarrozze, anche se non riesce a vedere la schiena e i capelli. Viste le condizioni della gonna, anche la camicia non sarà messa meglio: imbrattata di grasso nero e strappata in più punti.

Si torce le mani in preda all’ansia perché la corriera tarda a venire, mentre le macchine sfrecciano davanti a lei. Finalmente la sagoma amica del bus si profila in lontananza sul lungo rettifilo nero che solleva ondate di vapore.

«Avanti!» sussurra ansiosa Simona. «Muoviti! Sei la mia salvezza! Dio, ti prego, fa correre quella lumaca!».

Vede il grosso lampeggiante giallo in azione, perché l’ha vista e si appresta ad accostare.

La porta anteriore si spalanca, come la grande bocca di una balena per accoglierla al sicuro dentro il grande ventre. Scorge in lontananza la macchina di Mark, che con lentezza sta scrutando i bordi della strada alla ricerca della preda sfuggita.

Infilata la moneta nella feritoia, si rannicchia sul sedile centrale per nascondersi alla vista del cacciatore, perché non è ancora in salvo. Spera che a Mark non venga in mente di salire sull’autobus a una delle prossime fermate. Deve trovare un sistema per mettere più strada possibile tra loro. Gli occhi cadono sulla mappa dei trasporti urbani, che evidenziano che alla prossima fermata potrebbe scendere per prendere la metropolitana fino all’appartamento nelle vicinanze di Times Square a Manhattan.

I pochi passeggeri non sembrano curarsi di lei, ma cercano refrigerio dai finestrini aperti.

“Meglio così” pensa Simona. “Un problema in meno”.

Sbircia dietro e davanti sperando di non scorgere la Buick nera di Mark, prima di allungare lo sguardo alla fermata che si avvicina. Tira un respiro di sollievo, forse riesce a farcela a tornare nel Residence Inn Patriot, dove alloggia da quando è arrivata a New York, senza essere intercettata da Mark.

Quaranta minuti dopo è al sicuro nella sua stanza al quinto piano, che guarda il Bryant Park. Si guarda allo specchio: è in condizioni terribili. Toglie la camicetta, strappata in alcuni punti e nera di grasso, di fango e di altri sudiciumi, e la getta nel cestino, insieme alla gonna inservibile.

Rimane nuda, perché il minuscolo perizoma è rimasto sul prato dello sfasciacarrozze come un trofeo perduto. Controlla tutte le abrasioni del corpo prima di mettersi sotto la doccia bollente a togliersi odori e sozzure raccattati durante il tentativo di Mark di violentarla.

Era il 30 giugno 2009, quando Simona è giunta a New York con un volo Air France via Parigi tre sere prima per incontrare Mark, con cui aveva chattato per oltre un anno. I genitori non volevano che volasse in America a fare conoscenza con uno sconosciuto incontrato sul web. Lei ha quarant’anni e vive da single da una vita e non ha voluto ascoltare i loro consigli.

Si è presa due settimane di ferie per andare nella Grande Mela. Il viaggio e il soggiorno sono costati relativamente poco a causa del cambio favorevole e per di più si faceva una bella vacanza in una città per lei mitica che le è sempre sembrata irraggiungibile.

Adesso le pare di essere piombata in un incubo.

0

Anno nuovo, propositi vecchi

credits by https://www.ecologiae.com/bike-sharing-new-york-biciclette/20855/

Tempo fa qualcuno mi ha chiesto perché non pubblicavo racconti a puntate. In effetti avevo deciso di non pubblicare a puntate più nulla. Questo non implicava che avevo smesso di scrivere testi più lunghi di qualche pagina. Infatti ne ho quattro già pronti.

Mi è capitato tra le mani il secondo o il terzo racconto lungo che avevo scritto e sono ritornato sulla mia decisione di non postare più a puntate. È novella lunga, poco meno di venti capitoli per meno di cento pagine.

La sto rivedendo e rinfrescando per pubblicarla di nuovo. Partirò la prossima settimana, martedì per la precisione, e sarà sul blog due volte alla settimana. Sfidando chi dice che il venerdì porta sfortuna sarà il secondo giorno di pubblicazione. Quindi due appuntamenti fissi. Segnateli: martedì e venerdì.

A martedì per la prima puntata.

0

È tempo di bilanci

credits by Dmitriy Melnikov – www.dreamstime.com

Di solito non faccio bilanci sul blog ma l’eccezione conferma la regola.

Quindi vi delizio con qualche numero.

Bilancio del blog 2019

Anno articoli totali Commenti totali Media commenti per articolo “Mi piace” totali Media “Mi piace” per articolo Parole totali Media parole per articolo
2007 105 540 5.1 23 0.2 29.088 277
2008 75 602 8.0 4 0.1 34.957 466
2009 104 615 5.9 5 0.0 31.445 302
2010 116 1.070 9.2 0 0.0 29.133 251
2011 76 831 10.9 15 0.2 81.645 1.074
2012 137 2.499 18.2 1.069 7.8 102.837 751
2013 135 2.331 17.3 883 6.5 101.229 750
2014 124 3.422 27.6 2.126 17.1 110.730 893
2015 114 3.306 29.0 2.011 17.6 88.312 775
2016 99 2.950 29.8 2.627 26.5 82.126 830
2017 190 3.459 18.2 4.948 26.0 108.300 570
2018 170 3.787 22.3 5.162 30.4 111.637 657
2019 109 3.234 29.7 3.275 30.0 50.408 463
2020 1 14 14.0 13 13.0 421 421

Qui le visualizzazioni per anno in totale

Visualizzazioni
Anno totale Var. %
2012 9167 0,00%
2013 7667 -16,36%
2014 11113 44,95%
2015 10099 -9,12%
2016 10162 0,62%
2017 14940 47,02%
2018 22984 53,84%
2019 17330 -24,60%

 

Infine il resoconto totale del blog dal 2012 – Il  2011 era presente solo il mese di dicembre in modo parziale dopo la migrazione dei dati dalla piattaforma Splinder

Resoconto generale
articoli 1572
Visualizzazioni 104043
Visitatori 38122
Follower 1199
Follower mail 10

Infine i dati statistici degli ultimi tre anni

anno Var % anno Var % anno Var %
2017 2018 2019
Visualizzazioni 14940 0,00% 22984 53,84% 17330 -24,60%
Visitatori 7073 0,00% 12244 73,11% 7073 -42,23%
Like 5150 0,00% 5361 4,10% 5150 -3,94%
Commenti 3520 0,00% 3258 -7,44% 3520 8,04%
articoli 195 0,00% 180 -7,69% 193 7,22%
Media pag. 2,11 0,00% 1,88 -10,90% 2,11 4,98%

Commento finale: sono soddisfatto dei risultati. Sono cresciuti i commenti e la media di visualizzazione per pagine pur con un calo vistoso di visualizzazioni e visitatori. Il che vuol dire che i visitatori sono più mirati rispetto a prima.

In un altro post, per non rovinarvi l’appetito, riporterò i dati statistici per nazionalità di visitatori

 

0

Aspettando il 2020

Vi ripropongo un post di due anni fa da leggere in attesa del botto di mezzanotte che segna l’arrivo dell’anno nuovo.

Con questo pezzo di Giacomo Leopardi tratto dalle Operette morali voglio auguravi un sereno 2020, sperando che sia migliore del 2019 che ci sta per lasciare.

https://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/300/819/9788877418197.jpg

Da libreriauniversitaria.it

La lettura è sempre amena e non manco di leggerlo ogni anno. Come il venditore di almanacchi vendiamo la speranza che l’anno nuovo sia un pelo migliore dell’anno precedente.

BUONA LETTURA

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passegere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Sì signore.

Passegere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.

Passegere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passegere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

Passegere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passegere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passegere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passegere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passegere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passegere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passegere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passegere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passegere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passegere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passegere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passegere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passegere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passegere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

0

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – Il violoncello

Marzia di Alchimie mi ha inviato questa immagine sfidandomi a duello. Cosa produrrò con questa?

Immagine inviata da Marzia

Ecco cosa ho prodotto.

Buona lettura

Nicola voleva vincere la sfida: suonare il violoncello davanti all’intera Venusia.

Aveva studiato al conservatorio di Ludi ma all’esame finale era stato bocciato.

Lui non ha potuto, né voluto accettare la sconfitta. Così si è messo d’impegno a suonare il violoncello per raggiungere le vette di Mstislav Leopol’dovič Rostropovič e fare ancora meglio di questo grande interprete.

Si è esercitato per dodici ore al giorno, sabato e domenica compresi. Solfeggi, passaggi musicali dove il La, il Do, il Re e il Sol vengono ripetuti con monotona precisione più volte per ore intere. Per fare questo e non essere disturbato si reca nella stanza della musica della Fortezza. Chi passa sotto le finestre sbuffa e afferma, non proprio a torto: «Che lagna».

Ascoltare una sola nota ripetuta con maniacale insistenza è un supplizio per l’udito di qualsiasi persona. Per i venusiani ancora di più, perché solo ad ascoltare un concerto di campane per loro è insopportabile.

Nicola fa questi esercizi tutti i giorni in perfetta solitudine alternandoli col solfeggio. Sembra un matto che parla da solo ma in realtà sta praticando il solfeggio. Legge le note ad alta voce accompagnandole col movimento delle mani. Un esercizio noioso ma gli serve per imparare i tempi e le battute. Quando era al conservatorio, ci ha provato ma dopo cinque minuti smetteva, sbuffando. «Che noia» sbottava chiudendo lo spartito. Questo mancato esercizio gli è costato l’esame finale. Eppure ha talento innato, perché riesce a suonare il violoncello con bravura e non solo quello. Anche la viola e il pianoforte sono tra gli strumenti che gradisce.

Però è scivolato sul solfeggio, scatenando la sua ira. Il maestro gli ha detto che sembra superfluo il solfeggio ma senza quello non sarebbe mai diventato un bravo violoncellista.

Memore di questa osservazione si è imposto di dedicare due ore tutti i giorni al solfeggio. All’inizio è stato un supplizio. Avrebbe voluto smettere dopo cinque minuti ma con caparbietà si è imposto di proseguire finché non sono passati tutti i centoventi minuti. Giorno dopo giorno ha faticato meno nell’eseguire il solfeggio e alla fine non gli è apparso che fosse quel supplizio che ricordava durante l’anno al conservatorio.

«Sono stato uno sciocco» si rimprovera in uno stacco per bere e mangiare qualcosa. «Se avessi avuto costanza, adesso sarei diplomato in violoncello.

Dopo mesi di duro lavoro si sente padrone dello strumento e le sonate di Bach e Beethoven le esegue a occhi chiusi. Non ha necessità di leggere lo spartito.

Il 21 luglio è il giorno del grande evento. Invita tutti i concittadini al suo concerto che terrà nella piazza della fontana senza acqua. L’unico posto che può ospitare tutti i venusiani. Fa venire da Ludi catering e sedie, per il palco ci penserà lui. Senza cibo e bevande offerte gratis nessun venusiano sarebbe venuto. Lui li conosce bene quando prenderli per la gola.

In un angolo della piazza Cipriani, il master chef di Ludi, offre stuzzichini e calici di vino rosso. Nicola ha spiegato a Cipriani che se avesse offerto vino bianco o spumante i venusiani l’avrebbero rifiutato sdegnosi. Lo chef ha storto il naso ma lui ha insistito convincendolo. Poi al termine dell’esibizione ci sarebbe stato il buffet di gala.

Clematis

La pedana su cui Nicola si sarebbe esibito è un gradone ai piedi della fontana senz’acqua. Un arco di clematis viola forma il sipario. La vasca di marmo della fontana è il fondale del palcoscenico. Tutto intorno disposte a semicerchio stanno le poltroncine di velluto scarlatto. Un drappo rosso nasconde Nicola e il suo strumento.

Il colpo d’occhio è veramente magnifico. Nessuna poltroncina è vuota, il sole sta calando sulla sinistra della piazza illuminando di rosso il cielo. Un brusio diffuso sale dalla piazza.

Un accordo in la maggiore preannuncia inizio del concerto. Il drappo rosso cade mostrando la schiena di Carola che sembra un violoncello con le quattro corde disposte a regola d’arte. Nicola con l’archetto inizia a suonare e nell’aria si spande la sonata per violoncello in la maggiore di Carl Phillip Emanuel Bach.

0

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Sghego e il suo esercizio

Questa splendida immagine di Etiliyle mi ha dato lo spunto di creare un nuovo racconto ambientato a Venusia.

Buona lettura.

Venusia è un minuscolo puntino nella pianura di Ludilandia. Non c’è nulla a parte Sghego e poco altro.

Sghego fa da bar, trattoria e ritrovo per i venusiani. Insomma se si vuole incontrare qualcuno, quello è l’unico posto. Non c’è altro: o prendere o lasciare.

Quattro tavoli sotto il pergolato e altrettanti al suo interno. Un tavolo è sempre occupato da quattro venusiani che passano mattina, pomeriggio e sera a giocare a carte. Sono ospiti fissi e non fanno nient’altro che partite interminabili. Insieme alle napoletane non manca mai il calice di vino rosso, che viene centellinato come una reliquia.

Il gioco preferito è la scopa. Più di rado si gioca allo scopone scientifico, più complesso e impegnativo. Le coppie sono fisse e le partite accanite. Non di rado finisce a spintoni e urla con invettive che le sentono tutti i venusiani. In questi casi Sghego interviene a riportare la calma. Due pacche sulle spalle dei contendenti e la minaccia di tenerli lontani dai suoi locali per molto tempo. Uno spauracchio per Mario, Martino, Alberto e Marino, i quattro dell’Ave Maria del gioco. Un DASPO in piena regola che agisce da deterrente. Si mettono calmi in un amen. Il solo pensiero di essere banditi per mesi o per sempre fa sparire tutti i propositi bellicosi. In realtà è più scena che arrosto.

D’estate sotto il pergolato, d’inverno all’interno. Pioggia o neve non li scoraggia a venire puntuali come orologi svizzeri alle nove del mattino. Si siedono nel tavolo in angolo, tolgono le carte dal suo contenitore e Alberto estrae il quaderno dalla copertina nera e dai fogli a quadretti. Qui sono appuntati date e ore d’inizio partita dove segnano i punti delle coppie.

«Dovevi calare il sei e non il cinque» redarguisce Mario prendendo un ori dal tavolo.

Il suo compagno, Martino, scuote il capo e disquisisce sulla sua giocata. «Non conosco le tue carte ma quel cinque ha un senso» e cala un altro cinque di denari per recuperare la carta precedente.

Il mucchietto di prese sale davanti a Mario ma Alberto fa scopa con un Re e sogghigna felice. «Così si gioca, pantofoloni» ride felice.

Alberto richiama l’attenzione di Sghego per ordinare un altro giro di vino e qualche tartina. «Mettila sul conto di Mario e Martino» sghignazza irriverente. «Tanto questa partita l’hanno già persa».

«Non dire gatto, se non l’hai nel sacco» rimbecca acido Martino, che con un asso prende tutto e chiude la partita.

Quello che rende unico Sghego, oltre ai quattro giocatori, è il posto. Incassato tra due case con davanti il viale alberato, coi muri ricoperti dall’edera dona un senso di tranquillità. Il pergolato è ricoperto dalla vite americana, che in autunno si colora di rosso. L’edificio è un vecchio stabile di pietra ingrigita dal tempo. La pavimentazione è un acciottolato leggermente sconnesso formato da sampietrini di porfido scuro. L’interno è spartano. Un bancone non più lucido, che mostra tutte le sue smagliature legate alle diverse generazioni che si sono alternate dietro di esso, ha alle spalle uno specchio che occupa tutta la parete. Quattro tavoli di ferro smaltato occupano la sala interna e stanno tra il bancone e la porta d’ingresso. Una porta girevole consente l’accesso alla cucina e alla dispensa. Le pareti avrebbero necessità di una bella rinfrescata ma Sghego afferma che così hanno un’aria vissuta.

 

0

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – La stanza

Marzia mi ha lanciato un nuova sfida. Partendo dall’immagine che segue, devo costruire una storia.

fornita da Marzia

Io ci provo. Il giudizio lo lascio a voi.

Buona lettura

Carola è sempre stata curiosa. Ama le avventure, che qualche volta hanno rischiato di finire male. Come quella volta che ha azzardato l’esplorazione della Fortezza da sola.

La Fortezza è il simbolo di Venusia, un patrimonio comune a tutti i venusiani. Non ha padroni, fuorché gli abitanti di Venusia. Si erge sulla montagna, quel dosso alto poco più di duecento metri, tanto che chiamarla così fa sorridere tutti fuorché loro.

La Fortezza è un luogo ricco di misteri, abitato da fantasmi e frequentato solo dai più coraggiosi. Carola è una di questi.

Un giorno di giugno di qualche anno addietro Carola si è inerpicata sulla montagna passando nel bosco degli spiriti, altro luogo poco amato e frequentato dai venusiani.

Arrivata dinnanzi al grande portone di quercia, che è sempre chiuso si ferma a rifiatare. Per aprirlo serve una robusta chiave, che pende malinconica dal battocchio di ottone. Lo sanno tutti dove si trova e basta infilarla nella toppa e girare con foga per aprire il battente che silenzioso si apre.

Dunque Carola, dopo aver provato a spingere il portone, qualora qualche altro ardimentoso fosse entrato prima di lei, prende la chiave che è di proporzioni generose e pesa un chilo e mezzo. La infila nella serratura e la gira con forza. Dopo un mezzo giro si blocca. Riprova. Niente dopo un mezzo giro non ha intenzione di muoversi.

Carola freme per la novità che la incuriosisce. “Cosa la blocca?” si chiede con lo sguardo meravigliato. “È la prima volta che mi capita”. Osserva la chiave ma non nota nulla di strano. Dà una sbirciatina nella toppa e non vede nulla.

«Questa è proprio bella» esclama con voce squillante. «La chiave si rifiuta di girare».

Ha appena finito di dire queste parole che la chiave infilata nella serratura inizia a girare in silenzio come se fosse dotata di anima. Carola non si scompone nel vederla ruotare senza che qualcuno la muova. Spinge il pesante portone che cigolando sui cardini si apre mostrando il suo interno polveroso. Ride soddisfatta e incuriosita. “Si tratta del famoso fantasma Beniamino” si dice, mentre varca la soglia. “Tutti ne parlano ma nessuno l’ha visto. Sarò io la prima vederlo?”

Muove alcuni passi verso l’androne, quando il portone in silenzio si chiude, lasciandola al buio. Carola come è abituata a fare porta a tracolla uno zainetto rosso, dove appesa c’è una potente torcia. La prende e illumina l’androne. Il fascio luminoso percorre le pareti e il pavimento. Non ci sono tracce di passaggi umani ma nemmeno di animali. Questa la rassicura. Nessuno è pronto a giocarle qualche brutto scherzo.

Con passo marziale si dirige verso lo scalone che porta al piano nobile. Sente solo il rimbombo delle sue scarpe sul pavimento lastricato con pietre d’ardesia. Un suono familiare per lei. Procede senza cautele convinta di essere sola o al massimo seguita dal fantasma.

Salita al primo piano percorre il corridoio che la porterà alla stanza dei giochi. L’ha chiamata così perché ci sono bambole rotte e carrozzine sgangherate. È la sua stanza preferita. “Strano” pensa vedendo la porta socchiusa. “Di solito è chiusa”. Un raggio di luce filtra dall’apertura come se ci fosse una fonte luminosa attiva là dentro.

Le finestre sono sempre chiuse. L’impianto elettrico non esiste. Dal soffitto pende un lampadario di rame dove le candele sono consumate da secoli senza che nessuno abbia mai provveduto a cambiarle.

La curiosità in Carola aumenta un passo dopo l’altro. Si chiede chi abbia aperto le finestre o messo candele nuove nel lampadario.

«Forse è stato Beniamino» borbotta, stringendosi nelle spalle.

Spinge la porta è nota che c’è ancora più disordine. Una carrozzina per bambole rovesciata, pezzi d’intonaco caduti dal soffitto. Il lampadario penzola sghembo.

Carola guarda stupita che tutto è fuori posto. Non ricordava nulla di simile quando un mese prima l’aveva visitata. Le imposte sono aperte e le finestre lasciano entrare l’aria fresca del mattino che solleva minuscoli vortici di polvere.

Sta lì a bocca aperta nel centro della stanza, quando sente chiudere la porta e lo scatto della serratura. Si gira ma non vede nulla. Prova a fare forza sulla maniglia ma il battente rimane fermo.

«Forza Beniamino» esclama con voce squillante Carola per nulla impressionata. «Fatti vedere, così possiamo giocare insieme».

Però tutto tace e la porta rimane chiusa.

Passano i minuti lenti e la situazione non si sblocca. Carola dà segni di nervosismo, camminando per la stanza a scatti. Si avvicina alla finestra ma questa guarda il cortile d’onore al centro della fortezza. Anche l’altra finestra dà sull’interno. Le sembra di udire delle voci. «Aiuto» urla sperando che qualcuno ascolti il grido.

Le parole si perdono come inghiottite da un buco nero. Eppure ne è certa di aver udito voci familiari. Si sporge ma riesce a vedere solo uno spicchio del cortile. Un acciottolato scuro di pietre di fiume. Si siede sconsolata sul pavimento coperto di polvere appoggiandosi con le spalle alla parete, quando sente girare la chiave dall’esterno. Si stava rassegnando a passare la giornata chiusa là dentro, quando vede spuntare la testa castana di Sandra.

«Che ci fai qua dentro?» chiede basita, scorgendola col le mani che stringono le gambe.

«Niente» mormora con un filo di voce. «Ti aspettavo».

0