La bambina senza nome – parte sesta

Copertina Daniele

Su Caffè Letterario è stata pubblicata da poco la sesta parte del racconto La bambina senza nome.

Per i pigri la ripubblico anche qui.

Buona lettura.

Samuele e Lorenzo avevano la stessa età: trentasei anni e si conoscevano da trenta. Avevano percorso insieme l’intero iter scolastico dalle elementari alla laurea, che conseguirono lo stesso giorno. Poi le loro strade si erano divise. Samuele era salito in montagna, Lorenzo aveva tentato la fortuna a Milano senza molto successo. Però anni dopo si sono di nuovo incrociate.

Checco, il nonno di Samuele, aveva gestito fino al 2006 la trattoria. Era frequentata d’estate dai turisti di Corno alle Scale e d’inverno dai pochi abitanti del borgo. In quel periodo era diversa dallo stato attuale. Giù alla buona con arredi rustici, che necessitavano di essere sistemati, e coi muri perimetrali scrostati, che mostravano mattoni rossi e blocchi di pietra anneriti dal tempo. Nel dicembre del 1991 Checco aveva accolto una profuga, Eleni, e sua figlia, Benkhuse, in fuga dall’Albania come altri sventurati sbarcati a Bari dal mercantile Vlora. Il nonno era rimasto vedovo l’anno precedente e l’arrivo di questa donna era stato per lui provvidenziale. Oltre a essere una bravissima cuoca Eleni gli aveva scaldato il letto per oltre quindici anni, finché non era passato a miglior vita.

Alla sua morte Samuele non aveva avuto nessuna intenzione di subentrargli nella gestione della trattoria, né aveva pensato di cederla. Con Lorenzo aveva progettato dopo il conseguimento della laurea in Ingegneria di andare a Londra e girare il mondo. Affidò a Eleni la guida della Trattoria del Duca, lasciandole mano libera sia nella conduzione del locale sia nella gestione dello stabile senza pretendere un centesimo ricavato dai proventi. Eleni affittò in estate e in inverno il suo appartamento, nella parte posteriore dell’edificio, a famiglie per le vacanze estive o invernali. Per circa cinque anni lei aveva guidato con abile mano la trattoria, fino a quando una brevissima malattia non l’aveva ricongiunta a Checco. Samuele, nonostante la fresca laurea in ingegneria e i grandi progetti per sfruttarla, scelse di salire a Monteacuto delle Alpi per prendere possesso dell’eredità, iniziando la sua attività di oste.

Di fianco al bancone della sala c’erano due porte su cui si notava in quella di sinistra una mano, che intimava l’alt e proibiva l’ingresso, e nell’altra i disegni stilizzati di un uomo e una donna. La prima portava nell’appartamento privato di Samuele, la seconda era quella dei servizi.

Lorenzo, tenendo per mano la bambina, anzi la ragazza, aprì la porta di sinistra e si trovò immerso nella penombra. A tentoni cercò l’interruttore della luce. Conosceva quella parte dell’edificio, perché spesso ne era stato ospite. Anzi nella zona di mansarda aveva un paio di stanze tutte per lui.

A passo spedito si avviò per la scala in mattoni che portava al primo piano. La foto del nonno di Samuele campeggiava, appesa al muro. Un viso dall’aspetto bonario e sorridente con due baffoni alla Francesco Giuseppe.

Nel corridoio, che conduceva alla scala per salire in mansarda, Lorenzo incontrò Bea, come chiamava la moglie di Samuele, e l’abbracciò con calore.

Lei era la figlia di Eleni, che Checco aveva accolta quando aveva due anni con l’arrivo della madre. Per lui era una figlia adottiva e come tale l’aveva sempre trattata. La chiamò Beatrix, perché il suo nome per lui era impronunciabile.

Lorenzo ricordò di averla vista la prima volta ai funerali di Checco. L’aveva notata accanto a una donna vestita di nero con un fazzoletto che le fasciava la testa come molte mussulmane. Lui stava dietro l’amico ma quella ragazza, a cui non dava più di quindici o sedici anni, ogni tanto si girava verso di loro. Ignorava chi fosse e per quali motivi si trovava lì.

Lorenzo era stato curioso di scoprire chi fosse. Samuele non gli aveva mai confidato che ci fosse anche una ragazza nella casa del nonno. Aveva sentito accennare alla presenza di una donna albanese e basta. Al termine della funzione la curiosità aveva avuto il sopravento e si era informato chi fosse quella fanciulla dai capelli lunghi e neri che incorniciavano un viso ovale con un incarnato leggermente abbronzato. Samuele gli aveva spiegato che era la figlia della compagna di Checco e l’aveva conosciuta una dozzina di anni prima, quando passava le vacanze estive qui a Monteacuto delle Alpi da bambino. Si chiamava Beatrix e aveva quattro anni di meno di loro. Durante i suoi soggiorni l’aveva ritenuta troppo infantile e piccola per giocare con lei e quindi l’aveva ignorata. Poi a quattordici anni aveva smesso di venire dal nonno e l’aveva persa di vista. Era stato il testimone di nozze di Bea e Samuele. Aveva presente il suo viso radioso e come fosse una bellissima coppia. Lui alto un metro e novanta e lei poco più bassa. Un metro e settantacinque. Quella era stata la seconda occasione per vederla. Poi le opportunità d’incontrarla divennero più numerose, perché Samuele si faceva aiutare da lui per qualche piccolo o grande guaio o per sfruttare la professione di Lorenzo.

Lui guardò Bea che sembrava non invecchiare mai. La pelle del viso liscia. Solo qualche impercettibile ruga sulla fronte. Però erano quegli occhi misti marrone e verdi che l’avevano affascinato allora come adesso.

Bea arricciò il suo naso dritto e guardò con un misto di disgusto chi stava accanto a Lorenzo.

«Chi è?»

La domanda non lo colse di sorpresa. Ricordava l’accoglienza ricevuta nella sala e i commenti acidi. L’odore che la fanciulla emanava non era un olezzo di pulito e il sacco che la infagottava non aiutava a vederla di buon occhio.

«L’ho raccolta alla Fonte Vecchia che camminava sulla provinciale» spiegò con un sorriso forzato. «Ha bisogno di fare una bella vasca per provare i vestiti che ho comprato» e alzò le due borse che aveva posato per terra, quando l’aveva abbracciata.

La ragazza teneva lo sguardo rivolto verso terra in silenzio.

Bea fece un passo avanti e con la sinistra tentò invano di sollevare il viso. «E chi la dovrebbe lavare?» Chiese con un tono caustico a indicare la sua indisponibilità.

Il sorriso morì sulle labbra di Lorenzo al pensiero che fosse lui a occuparsene. Aveva sperato che come donna fosse disposta a farle il bagno. Lui si sentiva imbarazzato a doverle strofinare il corpo. Non l’aveva mai fatto a una donna e neppure a una adolescente.

«Ma almeno sai come si chiama, da dove viene?» Incalzò con tono inquisitorio Beatrix.

Lorenzo deglutì in modo rumoroso. Non l’aveva mai percepita così ostile. Scosse solo la testa per negare di conoscere le risposte. Non poteva inventarsi qualcosa per rabbonirla.

Beatrix strinse gli occhi e corrugò la fronte. Avrebbe voluto replicare con ironia ma si limitò a un laconico «buona fortuna» e girò i tacchi per rientrare nella sua stanza.

A Lorenzo non rimaneva altro che portarla nel alloggio che occupava quando soggiornava lì.

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La bambina senza nome – parte quinta

Copertina Daniele

Su Caffè Letterario ho pubblicato la quinta parte del racconto La bambina senza nome. La potete leggere anche qui.

 

Quello che apparve a Lorenzo era qualcosa di straordinario e inconsueto. Sette persone erano concentrate su quella figura minuta appollaiata sullo sgabello.

Sul tavolo, dove i quattro giocatori erano impegnati in una serrata partita a briscola e tresette, erano sparpagliate le carte come se una folata di vento le avesse rimescolate. Otello aveva il busto ruotato di 180 gradi ed era a bocca aperta.

Gli altri due avventori occupati in una furiosa discussione sulla formazione del Bologna sembravano impietriti nell’osservare quella bambina silenziosa accostata al bancone. I loro petti si muovevano come stantuffi impazziti. Sul piano del loro tavolino spiccavano gocce rosse fuoriuscite dal bicchiere adagiato su un fianco.

Samuele aveva gli occhi spalancati e la bocca aperta e pareva una statua di sale. Teneva a mezz’aria un fiasco impagliato di vino rosso da versare nel calice appoggiato sul bancone.

Il fermo immagine colpì Lorenzo al suo ingresso nella sala. Sembrava che si fosse verificata una magia che aveva bloccato tutti gli astanti nelle loro posizioni attuali. Un moscone ronzava indisturbato tra il bancone e il vino versato. Il rumore prodotto era l’unico che si percepiva.

La sua entrata ebbe il potere di sbloccare la situazione. Otello e gli altri si girarono verso di lui tirando un sospiro di sollievo. Samuele riempì il calice e depose il fiasco sotto il bancone. Solo la bambina rimase immobile con lo sguardo fisso verso il pavimento.

Però c’era qualcosa di anomalo che all’inizio non era riuscito a focalizzare, impegnato a osservare la scena che si era presentata al suo ingresso. Adesso era chiaro. Guardò affranto le due borse che reggeva. Scrutò la bambina che non dava segni di percepire la sua presenza. Tornò a posare gli occhi su quello che teneva in mano. C’era qualcosa che non tornava rispetto a quando era uscito per andare dalla Giannina. La bambina sembrava una ragazza. Sbatté le palpebre come se si volesse accertare che era sveglio e non stava sognando.

Quel sacco di juta marroncino che presentava tre fori per permettere alla testa e alle braccia di fuoriuscire, adesso appariva ridicolamente insufficiente a contenere il corpo. Se avesse fatto un movimento brusco si sarebbe aperto in mille pezzi.

Deglutì in modo vistoso e rumoroso. Quella che aveva comprato di certo non sarebbe andato bene alle nuove dimensioni. Prenderla per un braccio e accompagnarla dalla Giannina per sostituire gli acquisti era fuori discussione. La commessa, che aveva arricciato il naso perché lo riteneva incapace di comprare le taglie giuste, lo avrebbe deriso con un sorrisino di compatimento. Poi era talmente sudicia che si sarebbe rifiutata di farla entrare. Si trovava in un cul de sac. Se poteva pensare di metterla in vasca e verificare che si lavasse nella versione bambina, non poteva pensare di farlo adesso che appariva sviluppata. “Serve una donna!” Pensò cercando di fare mente locale. “Ma chi?”

Per quanto si sforzasse non ne trovava una. Forse in città ma non di certo lì. Chiedere a Sam di prestarle Bea, la moglie, per compiere l’operazione lavaggio non era all’ordine del giorno. E poi bisognava vedere se lei era disponibile.

Mentre Lorenzo era alle prese con i suoi deliri e dubbi, nella sala tornò il solito frastuono. Il sibilo delle carte gettate sul tavolo, i litigi tra i componenti delle coppie di gioco perché aveva sbagliato la giocata, il ringhiare amichevole se era meglio Orso piuttosto che Sansone sulle fasce.

Però Lorenzo era incerto se sedersi sullo sgabello o tornare dalla Giannina, finché Samuele non l’apostrofò. «Cosa tieni nelle borse?»

Queste poche parole ebbero il potere di riscuoterlo dalla palude dei suoi dubbi. «Del vestiario ma…». Non osava proseguire perché temeva la derisione dell’amico ma poi prese coraggio.

«Quando sono uscito, era una bambina ma adesso…» Nuova pausa mentre guardava con l’occhio sorpreso chi aveva raccolto per strada.

«Ma è sempre rimasta lì. Buona buona» replicò Samuele, mettendo il calice di vino sul vassoio. «Sopra c’è una stanza vuota. Così li può provare se vanno bene. Lì trovi anche Bea, che, se le va, può darti una mano a vestirla».

Col vassoio in mano andò al tavolo di Al Pâg’.

«Vieni» e le afferrò una mano trascinandola giù dallo sgabello. Lei docile si mise al suo fianco. Lorenzo trasalì. “Cielo! È proprio cresciuta! E ha sviluppato anche dei pomini acerbi!” Se prima gli arrivava appena sotto l’ascella, adesso la testa era all’altezza delle spalle. “Eppure sono un metro e ottanta!” E deglutì vistosamente.

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La bambina senza nome – parte quarta

È stato appena pubblicato su Caffè Letterario la quarta parte de racconto ‘La bambina senza nome’ che ripropongo anche qui.

Copertina Daniele

Lorenzo si alzò con lentezza dallo sgabello mentre la bambina rimaneva assorta e con gli occhi bassi verso terra come se fosse alla ricerca di qualcosa che aveva perso.

Samuele con lo straccio umido passò e ripassò più volte il bancone di rovere pieno di segni e bruciature. Erano gesti meccanici che ripeteva tutti i giorni. Però pensava a quella bambina tanto strana quanto inquietante. A pelle sentiva che avrebbe portato guai ma non poteva intimare all’amico di allontanarla. Aggrottò la fronte e fermò la mano con lo straccio. “Il bancone è già pulito” ammise osservandolo. In effetti era lucido come mai lo era stato prima. Sorrise storto, arricciando il lato destro della bocca.

Lorenzo osservò la bambina, mentre gli avventori avevano interrotto le loro attività per scrutarlo. Si chiesero che intenzioni aveva quel ragazzo, seppur giovane, leggermente stempiato e con qualche ciocca di capelli grigi. Speravano che allontanasse quella cinna dagli occhi gialli che parlava poco ma mangiava molto.

Samuele appoggiò il mento sul palmo della mano col gomito posato sul bancone. Con un soffio cercò di scostare una ciocca unta dei capelli scivolata sulla faccia. Anche lui era curioso di conoscere le mosse dell’amico.

«Vado dalla Giannina per comprare qualcosa per lei» e indicò con lo sguardo la bambina. «Così non è presentabile».

Poi Lorenzo si avviò verso la porta.

Otello alzò il suo metro e ottanta dalla sedia. «La cinna la pues via cun tè» urlò con voce stentorea.

Lorenzo finse di non aver udito nulla e uscì all’aperto, chiudendo alle spalle la porta. “Sarebbe stato meglio portarla con me, così da non rischiare di comprare qualcosa che non le va bene”. Tuttavia scosse il capo. Non poteva portarla in quelle condizioni. I capelli neri avevano un diavolo per capello ed erano tutti attorcigliati. Rise sommessamente perché in effetti pareva proprio un diavolo. Piedi neri con croste di sudiciume che forse nemmeno un bagno avrebbe estirpato. Il naso moccioso colava sulla bocca. Le unghie erano incrostate di un colore scuro la cui natura era di difficile interpretazione. «No, no!» esplose con un filo di voce. «Compro qualcosa e poi la getto in vasca sotto l’acqua. Speriamo che Sam abbia acceso lo scaldabagno».

Il glin glon del campanello sopra la porta annunciò il suo ingresso e una giovane donna dai capelli biondo ossigenati gli venne incontro.

«Buon giorno! Posso esserle utile?»

Lorenzo si guardò intorno alla ricerca della Giannina, la proprietaria senza trovarla.

«Dovrei vestire una bambina…». Però si bloccò, pensando se in effetti era una bambina oppure una ragazza minuta oppure… Scosse il capo. Ignorava la sua età.

«La bambina non la vedo» chiosò garrula la commessa, scrutando alle spalle di Lorenzo se fosse entrata senza che l’avesse vista oppure fosse rimasta fuori.

«Infatti non c’è». Lorenzo controllò circolarmente in senso orario quello che c’era in esposizione. Un tempo la Giannina vendeva solo merceria ma poi aveva aggiunto sempre nuove mercanzie e adesso c’era un po’ di tutto, scarpe comprese. Insomma uno entrava nudo e usciva vestito. D’altra parte il borgo aveva perso abitanti e negozi. C’erano rimasti la Giannina con articoli per la persona e la casa, un mini market per gli alimentari, tabacchi e giornali e basta.

«Ma com’è?» Chiese curiosa la donna con tono leggermente sarcastico, pensando che un uomo non sarebbe stato in grado di comprare nulla.

«Mi serve dell’intimo, un vestito, calze e scarpe» ribatté con voce calma, ignorando la domanda e la velata ironia.

La commessa perse il sorriso e aggrottò la fronte ma fu preceduta da Lorenzo che proseguì. «La taglia è small. Le scarpe un trentasei o forse meglio un trentacinque. Per l’intimo mutandine di cotone e una canotta bianca. Ah! Il vestito intero con maniche corte».

La donna spalancò gli occhi ma non spiaccicò parola, girando sui tacchi per raggiungere uno stand dove erano appesi vestiti.

Lorenzo la seguì e indicò un vestitino a fiori molto grazioso. Poi scelse delle ballerine nere adatte ai colori dell’abito. Per il resto lasciò fare alla commessa.

Con due voluminose sporte di carta tornò alla trattoria.

Quello che lo lasciò di stucco fu la vista al suo interno. Rimase senza parole.

 

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La bambina senza nome – seconda parte

La prima parte la trovate qui.

Ricordo che il primo settembre termina la promozione del mio nuovo romanzo Daniele in occasione del preordine a €0,99. Da quella data il prezzo sale a €3,99.

Copertina Daniele

[Seconda parte]

La sala non era grande come può esserlo in un posto di montagna che raccoglie gli abitanti del paese per l’immancabile partita a carte o discussione sulla squadra del cuore. Qui si tifava per il Bologna. Alla domenica si animava con qualche turista che voleva mangiare salciccia e polenta oppure pappardelle alla lepre che erano le specialità della trattoria.

Era una giornata feriale e quindi gli avventori erano del luogo. Quattro assorti in una partita a briscola e altri tre che litigavano sull’allenatore del Bologna. Un leggero odore di tabacco aleggiava nell’aria, anche se alle spalle di Samuele stava un bel cartello “VIETATO FUMARE”. Lui chiudeva un occhio se qualcuno fumava una cicca. Apriva l’unica finestra di fianco al bancone per arieggiare ma l’odore restava perché gli arredi ne erano impregnati, quando non era vietato e l’azzurrino del fumo si poteva tagliare col coltello.

Dietro al bancone stava Samuele con l’aria annoiata e impegnato a far mente locale perché aveva chiesto l’aiuto di Lorenzo. Alzò gli occhi sentendo aprire la porta. Mostrò tutto il suo stupore attraverso la mimica facciale. La bocca aperte, la pupilla dilatata e la voce afona. “Chi è quella bambina che Lorenzo tiene per mano?” Era stato il primo pensiero.

«L’è na frataccona!» urlò interdetto Sandro rimanendo con la mano in aria e la carta tra le dita.

Gli occhi della bambina brillarono per un istante e nessuno se ne accorse o almeno diede da vedere di aver scorto questo brillamento.

Il grido di Sandro raggelò l’ambiente e per una frazione di tempo piccola si cristallizzarono i movimenti delle persone.

Il primo a riprendere la parola fu Samuele che con il gesto della mano dal basso verso l’alto esplose con un «Ma che cazzo stai dicendo!»

Lorenzo era fermo sulla porta e si guardò intorno con aria disgustata. L’accoglienza non era stata delle migliori.

Sandro continuava a guardare i nuovi entrati e si era dimenticato che stava giocando a carte in coppia con Otello.

«Repit! É ‘n diaul vestîda da sgurina! Al so benissim! Di ben so!» Ribadì convinto Sandro.

«Vå! Cåda la curta» lo incitò Otello, vedendolo con la mano alzata.

Però Sandro continuava a fissare la bambina che teneva gli occhi bassi come a nasconderli agli astanti.

Lorenzo, superato il primo momento di fastidio, avanzò incurante dei sedici occhi che lo guardavano fisso.

«Ciao Sam! Non so chi sia ma l’ho raccolta per strada vicino alla Fonte Vecchia. Coi banchi di nebbia rischiava di essere arrotata da un automobilista che non la vedeva».

Lorenzo doveva in qualche modo giustificarla e motivare perché era lì con lui. Però quel grido del giocatore l’aveva scosso. “Forse ha ragione! Quel colore degli occhi non è usuale! Sembrano quelli di un gatto”.

Sandro non disse più nulla ma la carta rimase a mezz’aria incurante degli incitamenti del compagno di partita. “Sì, quella bambina…” e scosse la testa come per negare che lo fosse, “non può essere altro che un diavolo. Le mie ossa lo sentono!”

«Sì, sì!» e calò l’asso pigliatutto.

Però l’atmosfera era cambiata. Si avvertiva palpabile la tensione. Il vociare allegro ad alta voce si era trasformato in bisbigli tremolanti quasi come per non far ascoltare i loro discorsi.

Pipin, il vero nome era scomparso da cinquant’anni ovvero da quando aveva emesso il primo vagito, smise di parlare di Thiago Motta, del Bologna e osservava di sguincio la bambina, che teneva lo sguardo rivolto a terra. “La cinna ha gli occhi zal come un gât”. L’aveva notato ed era rimasto scioccato ma il grido di Sandro gli aveva cavato le parole di bocca.

Lorenzo senza sforzo insediò sullo sgabello la bambina. Si stupì per la sua leggerezza. L’aveva sollevata senza fatica: pareva una piuma. Si sistemò su quello accanto.

«Hai fame?» Non sapeva il perché ma era certo che avesse fame. Troppo magra e le due gambette parevano due stecchini tanto erano sottili.

Non si aspettava risposta visto che durante il tragitto era rimasta in silenzio come se fosse sorda oppure parlasse un’altra lingua. Però percepì un «Sì» appena sussurrato. Sobbalzò con le spalle e si girò verso di lei e le chiese di nuovo «Hai fame?». Quasi a sincerarsi di aver udito bene. Questa volta il sì fu più esplicito accompagnato da un lieve movimento della testa.

«Sam, puoi preparare un vassoio di panini? Abbiamo fame». Lorenzo si era girato verso l’amico Samuele. «Cosa c’era di tanto urgente da farmi venire fin qua su?»

L’oste rise mettendo in mostra una dentatura non perfetta e alquanto giallognola. «Non ti arrabbiare!» Fece come premessa a quello che avrebbe detto poi. «Non mi ricordo! È da quando ho telefonato che mi sforzo senza risultati». Scoppiò in una fragorosa risata che fu contagiosa.

Anche Lorenzo rise di gusto, scuotendo il capo. “È sempre così con Sam! Ti chiama e non ricorda il motivo. Prima di scendere lo scoprirò”.

Le risate rimasero a mezz’aria e non contagiarono gli altri avventori che rimasero in silenzio. La partita a carte rimase in sospeso, il calcio era stato sostituito dalla visione della bambina.

«Nei panini cosa metto?» chiese Samuele, prendendo un vassoio da sotto il banco.

«Mortadella, salame e prosciutto dolce. Quello buono. Acqua e un calice di vino rosso del tuo» precisò Lorenzo.

Il clima della sala era gelido. Si udivano solo i respiri tossicchianti delle persone presenti.

Samuel sparì dietro una tenda di plastica a righe bianche e rosse per ricomparire dopo una decina di minuti con un bel po’ di panini che profumavano di salumi. Mise il vassoio in mezzo tra Lorenzo e la bambina che con avidità afferrò quello che era in cima alla piramide. Lo addentò con voracità, mentre Samuele preparava il calice di rosso e metteva sul bancone una bottiglia di plastica con l’acqua naturale.

Lorenzo osservava con l’occhio stupito la bambina che divorava in rapida sequenza due, tre, quattro panini a grande velocità.

«Aveva fame la cinna!» Esclamò Otello, osservando il mucchio di panini che si riduceva sempre più.

[Fine seconda parte – continua]

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Mattia

Questo racconto è stato pubblicato da pochi minuti su Caffè Letterario ma lo potete leggere anche qui.

Mattia come di consueto si recò nel suo ufficio, ubicato nella Milano che conta, nella zona di Piazza Affari. Era la mattina del 15 aprile 2006.

Questo si trovava in un edificio ristrutturato da pochi anni al secondo piano che si affacciava sulla piazza. La stanza ampia e spaziosa di forma quasi quadrata era arredata con gusto. Gli piacevano circondarsi di mobilio sobrio ma bello e costoso, un mix tra il moderno e qualche pezzo di antiquariato.

La grande scrivania di radica stava al centro della stanza davanti alla porta. Era un pezzo unico, perché era stata costruita per lui su misura da Cassina, come il mobile basso posto alle spalle della comoda poltrona Frau Forum Collection President di pelle nera. Mattia l’aveva vista su una rivista di interior design e l’aveva fatta fabbricare secondo le sue specifiche: gli era costata un’autentica fortuna, ma l’effetto visivo era straordinario.

Davanti alla scrivania stavano due poltroncine in pelle nera J.J. di B&B Italia dove faceva accomodare i clienti.

La stanza prendeva luce da un’immensa vetrata posta alla sinistra della scrivania, attraverso la quale si accedeva al terrazzo pieno di piante ben curate. La vista nelle rare giornate di cielo terso, che consentivano di osservare le montagne come se fossero lì, vicinissime da afferrare con le mani, era stupenda. Un tappeto persiano di lana dell’antica manifattura di Kum annodato a mano faceva bella mostra sotto la scrivania coprendo il pavimento di rovere non trattato. Era un autentico pezzo di antiquariato tanto che più di un amico scuoteva il capo vedendolo calpestato e offeso da tanti piedi. «Sei matto» dicevano, «vale una fortuna e tu lo usi come uno zerbino qualsiasi!»

Un lampadario Esprit di Venini, tutto cristallo e metallo, pendeva imponente dal soffitto al centro della stanza. Quando tutte le lampade erano accese, facevano brillare il disegno a forma di stelline.

Nell’angolo a destra stava un tavolo rotondo di noce col piano intarsiato a formare una scacchiera con quattro poltroncine di legno ricoperte di raso rosso. Tavolo e poltroncine erano della seconda metà dell’ottocento, acquistati per pochi soldi da un antiquario di Arezzo insieme al quadro di scuola bolognese del seicento appeso sulla parete accanto alla porta. Quest’ultimo era stato un autentico colpo di fortuna, perché al momento dell’acquisto in apparenza appariva a una crosta, mentre in realtà era autentico e di valore. L’autore era ignoto ma una perizia l’aveva attribuito a un allievo uscito dalla scuola dei Carracci. Dopo un accurato restauro coi colori tornati allo splendore originale, un amico antiquario, uno dei tanti che aveva, era arrivato a offrire per tutti i pezzi oltre 100.000 euro, ma lui li aveva rifiutati. «Questi pezzi li ho comprati col primo bonus dell’IBM e ormai fanno parte della mia vita. Non riuscirei a distaccarmene».

Alle sue spalle stava appeso un grande quadro moderno dai colori forti, a cui era particolarmente affezionato. Conosceva l’autore, Gabriele Amadori, quando era alla ricerca dell’affermazione artistica. Era quasi di famiglia. C’erano in casa diversi quadri, compreso questo, che suo padre gli aveva donato in occasione del matrimonio. A Laura non piaceva, perché diceva: «Mi mette angoscia ogni volta che lo guardo». Fu il primo pezzo con il quale arredò l’ufficio, togliendolo dalla parete di casa con grande sollievo della moglie.

Non aveva una segretaria personale ma una che condivideva con altri professionisti sistemati al suo piano.

Mattia era un professionista di successo e ricercato da tutti, tanto da non avere problemi economici, perché le commesse non mancavano. In realtà poteva permettersi di selezionare quelle che più gli piacevano, scartando il resto.

Seduto alla scrivania guardò le fotografie di Laura e Michela contornate da una cornice d’argento e rifletté sulla vita che stava conducendo. Avvertì un senso d’angoscia. Doveva meditare sulla propria famiglia e cosa voleva aspettarsi da loro. “Forse avrei dovuto farlo prima” pensò, mentre sollevava il telefono. «Anna» disse alla segretaria quando sentì la sua voce, «per un’ora non vorrei essere disturbato».

Anna era la segretaria che aveva trovato quando aveva aperto l’ufficio una decina d’anni prima. Fin da subito era entrato in sintonia con lei. All’incirca dell’età di Laura era di corporatura minuta, non appariscente. Nonostante qualche capello bianco mascherato da colpi di sole aveva fatto la sua comparsa, suscitava gli sguardi ammirati dei clienti. Per lui era una persona fidata a cui non avrebbe rinunciato tanto facilmente. Quando anni prima rimase incinta, aveva perorato la sua permanenza con gli altri colleghi con cui la condivideva ed era riuscito a convincerli a non licenziarla. Poté annunciarle che dopo la nascita del figlio non ci sarebbero stati problemi a ritornare al suo posto in segreteria.

Per questo lei aveva ripagato Mattia con una devozione fuori del comune, forse ne era anche segretamente innamorata.

«Signore» rispose Anna interrotta subito da Mattia.

«Quante volte te lo devo dire che non voglio essere chiamato signore?»

«Mi scusi, Mattia, ma è più forte di me. Si ricorda che alle 10 ha l’appuntamento con il Dottor Rimessi? Alle 11 con l’Ingegnere Monaco e a mezzogiorno con Alberto, con cui deve fare il punto sul progetto ‘Rischio’?»

«Sì. Quando arriva il Dottor Rimessi, lo fai attendere nel salotto rosso con una scusa qualsiasi. Telefona all’Ingegnere Monaco, chiedendo di spostare l’appuntamento alle 12. Se non può, fissane un altro per una giornata diversa. Per Alberto organizza un pranzo di lavoro, al quale desidero che partecipi anche tu, se non hai altri impegni. Se Alberto non può, prenota ugualmente un tavolo per noi due».

Anna rimase in silenzio. La proposta l’aveva colta di sorpresa. Era la prima volta che Mattia l’invitava. “Sono oltre dieci anni che lavoro con lui e non mi ha mai invitato a pranzo”. La proposta le aveva fatto piacere. Rifletté che non aveva impegni da costringerla a tornare a casa. In effetti non c’era nessuno da accudire. Quindi accolse con gioia il pensiero di trascorrere la pausa pranzo con lui.

«Ho recepito le sue disposizioni. Prenoto al Don Giovanni. Va bene o desidera un altro ristorante?»

«Va benissimo. Quindi niente telefono, né persone. Fino alla dieci e trenta non ci sono per nessuno».

Tornò a guardare le fotografie appoggiandosi al comodo schienale della poltrona.

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Silvia

Su Caffè Letterario ho pubblicato un nuovo articolo.

Lo potete leggere anche qui.

Silvia si appoggiò allo schienale della sedia, dopo aver inviato il messaggio. Lo visualizzò e aprì l’allegato. Era un fiore rosa a forma di imbuto doppio con le foglie ovate di colore verde chiaro.

Le tornò alla mente il nome latino di quel fiore, che il padre le aveva insegnato tanti anni prima: era Petunia hybrida.

Sorrise, perché in effetti era in grado di conoscere anche il nome scientifico di quasi tutte le piante che avevano popolato la casa e il vivaio che il padre aveva creato sulle colline della Brianza non molto distante dalla città.

Lo sguardo corse verso la scrivania. Qui teneva un bonsai, un minuscolo acero rosso. Da tempo non gli dedicava un po’ di cure e solo ora notava che era stato potato. Doveva essere stata sua sorella Sofia, perché di sicuro sua madre non si sarebbe preoccupata della vita della pianta.

Elisa, la madre, si era chiusa a riccio in un silenzio quasi assoluto dopo l’abbandono del marito una decina di anni prima. Si occupava solo in apparenza delle due figlie, Sofia la maggiore e Silvia la minore, nella realtà di tutti i giorni. Tuttavia da tempo si era allontanata da loro come da chiunque altro gravitasse intorno a loro.

Ai suoi occhi Sofia aveva un carattere simile a quello di suo padre: solare e ricca d’idee, creativa e piena di fantasie. Secondo lei era stata la figlia più amata. Silvia col tempo aveva accettato la separazione del padre, vivendola come un distacco dalla madre invece che da loro, senza perdere la speranza di vederlo di nuovo sereno come era sempre stato. Però quando se ne andò di casa, lei aveva solo tredici anni. Quella sparizione era stata per lei molto traumatica all’inizio ma la superò in fretta.

Tuttavia ricordava quel periodo nero della sua esistenza con rabbia sorda. “Allora non avevo accettato la separazione tra i miei genitori. È stato per me un tradimento. Quel abbandono mi ha colpito in prima persona alle spalle con l’inganno. Nonostante ogni due settimane lo incontrassi per passare il fine settimana con lui, non è stato più come prima, quando allegro e sorridente entrava in casa e mi prendeva in braccio facendomi volare e mi baciava”.

Avvertiva dentro di sé una ferita non sanata dalle parole che non le erano state dette, perché era troppo piccola per capire. Come la madre, scelse il silenzio e la solitudine lasciando dentro di sé quell’amore mozzato e smozzicato a macerare l’anima. Negli anni aveva imparato a parlargli del nulla. Aveva deciso di parlare solo del vento e della pioggia, aveva racchiuso in sé il desiderio di essere solo se stessa. Raggiunti i diciotto anni, aveva smesso di passare i weekend con lui. Da quel momento aveva interrotto ogni rapporto. Per lei aveva cessato di esistere. L’aveva dimenticato o meglio aveva preso la decisione di non pensare più a lui.

Tuttavia quegli anni dell’adolescenza stavano presentandole il conto, sia pure sotto altre forme, per emergere alla luce adesso che era adulta.

Piccola e schiva aveva attraversato il liceo senza che nessuno la notasse. In fondo non le era dispiaciuto sparire nell’anonimato. Aveva scelto il liceo artistico, come la madre. I suoi disegni parlavano per lei attraverso i suoi fogli di colore avorio, i tratteggi perfetti delle forme, il rosso pastoso della sanguigna. Si era iscritta l’università per diventare una grafica, ma aveva capito fin da subito che non era la sua strada.

A ventuno anni incontrò Laura e il teatro per la prima volta. Subito intuì che era quello il suo mondo.

Era una domenica pomeriggio quando Silvia vide Laura per la prima volta. Aveva organizzato uno stage gratuito per far conoscere la nuova scuola di teatro che dirigeva. L’aveva notata tra gli aspiranti attori, mentre si era soffermata a osservarla per un attimo. Era stato quel volto pallido senza sorriso con i suoi occhi nocciola a colpirla.

Silvia amava le attività artistiche in generale. Era alla ricerca della sua via da seguire insoddisfatta degli studi universitari che aveva intrapreso. Quando aveva letto il volantino rosso mattone, dove emergeva la foto di una signora che guidava un gruppo in quello che sembrava un esercizio di espressione corporea, capì che anche il teatro poteva essere lo sbocco cercato.

Conosceva qualche rudimento di terminologia di tecnica teatrale, legata alle materie del corso di grafica che frequentava. Però non si era mai accostata in prima persona al teatro come protagonista. Era stata solo una spettatrice dello spettacolo. Del volantino la catturarono la foto, le espressioni sui visi di quel gruppo di persone. Le era stato detto che, quando disegnava, aveva un’espressione concentrata e serena. Come loro. Così decise di partecipare a quell’incontro.

«Il teatro è letteratura scritta nella carne, nella parola e nel corpo. Per arrivare a esprimerci attraverso la parola lavoreremo sulle emozioni, sullo sguardo, sul contatto. Il teatro senza il corpo sprigiona solo una piccolissima parte della sua forza. Cercheremo in noi stessi e nel gruppo che si sta formando, anche se ancora non potete rendervene conto, l’espressione di quella forza». Queste erano state le prime parole pronunciate da Laura in quell’incontro.

Silvia aveva eseguito con paura mescolata a curiosità gli esercizi di fiducia e di contatto che servono a creare il gruppo. Non amava tenere lo sguardo fisso negli occhi del compagno, e mentre l’altro, per la sua tensione, scoppiava a ridere, lei distoglieva subito lo sguardo.

Quando Laura aveva dato inizio agli esercizi di movimento a occhi chiusi, Silvia, che fino a quel momento si era cimentata in tutti quelli proposti, aveva cominciato a posizionarsi sempre vicino a lei, per seguire meglio le sue istruzioni. Appena iniziato, qualche secondo dopo Silvia li aprì con l’affanno nello sguardo, poi guardò Laura, che sorrise e fece cenno di chiuderli con fiducia. Lo aveva fatto e aveva cercato di portarlo a termine.

Qualche altro movimento, il sentire opprimente della perdita dei punti di riferimento visivi, quella sensazione sconvolgente di buio e di perdita di orientamento l’avrebbero fatto riaprire gli occhi, quando aveva avvertito la mano della sua guida che la teneva saldamente, l’accarezzava, le massaggiava la fronte. Era riemersa nella realtà con lo sguardo di chi aveva provato a sfidare se stesso e aveva fallito.

Laura le aveva detto di sedersi e di aspettare il prossimo esercizio, se si fosse sentita in forze per eseguirlo.

«Riuscirò mai a farlo?» Aveva chiesto con l’occhio sbarrato ma di nuovo il sorriso di Laura l’aveva rassicurata. Era un esercizio di contatto di gruppo dove tutti corpi avrebbero respirato all’unisono per sprigionare calore. Era stata la sensazione di questo esercizio che la convinse di non potersene andare. Aveva chiuso gli occhi e si lasciò trasportare dalla sensazione di essere protetta. Si era appoggiata a quell’intrico di braccia e gambe. Aveva percepito che sarebbe stata protetta. Si era annullata, ascoltando il proprio respiro e quello dei compagni. Alla fine dell’esercizio con spontaneità abbracciò la compagna più vicina che l’aveva sorretta.

Aveva cominciato a piangere dopo tanto silenzio.

Lo stage fu talmente entusiasmante che decise d’iscriversi per le sensazioni ricevute da quella figura che l’aveva avvinta e stregata. Sentiva che non avrebbe potuta rinunciare alla sua vicinanza.

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Laura

Su Caffè Letterario ho pubblicato un nuovo post. Lo trovate anche qui.

Laura era seduta davanti al suo portatile, quando un breve suono le annunciò l’arrivo di un nuovo messaggio di posta.

Continuò nelle sue occupazioni. C’era tempo per leggerlo e non voleva essere distratta, perché stava preparando la prossima prova del “Romeo e Giulietta”. Voleva essere accurata e non tralasciare nessun dettaglio, perché quel giorno le prove erano state poco attendibili per via delle molte imprecisioni degli interpreti e anche, doveva riconoscerlo, dell’allestimento della scena, che aveva gestito in prima persona. Non voleva che questo si ripetesse, perché le provocava tensioni e stress correggere in continuazione gli interpreti e cercare la risistemazione della scena quasi brancolando nel buio.

Era così intenta al suo lavoro che si dimenticò del messaggio arrivato, anche quando terminò le note operative per l’indomani.

Si allungò sulla poltrona. Ripensò alla giornata ormai agli sgoccioli, agli imprevisti in scena e agli eventi che erano accaduti dopo, che erano riusciti a stemperare la tensione accumulata.

Sì, c’era stato un piacevole e sorprendente fuori programma, che l’aveva lasciata di buon umore, come di rado era accaduto negli ultimi mesi.

La sua esistenza fino a questo momento non era trascorsa eccitante, tanto da indurla a gettarsi a capofitto nel suo lavoro, trascurando marito e figlia. Sentiva dentro di sé un rancore sordo, un distacco da quella vita familiare che le andava stretta. Da tempo non aveva rapporti col marito e non desiderava averne nemmeno con altri uomini.

Rifletteva, quando un nuovo segnale le interruppe i pensieri. Altri messaggi erano arrivati.

Si riscosse, aprì il programma di posta e cominciò a leggerli.

La sua attenzione cadde su quello inviato da Silvia.

Mia Laura,

so che non posso chiamarti o scriverti un messaggio, con le parole che vorrei. Ho bisogno di dirti ancora che mi manca il tuo abbraccio. Non credevo fosse possibile quanto abbiamo vissuto oggi. Parlavamo del teatro, come sempre, della teoria e della carnalità del teatro, del poter essere in scena il traditore e il bambino, e ci siamo trovate vicine nei sensi e nelle parole, sempre più in profondità, fino alle corde inespresse. Già, le corde inespresse, come dici tu. Non sapevo cosa sarebbe successo, non ho pensato, ti ho solo desiderata e mi sono lanciata nel vuoto avvicinandomi a te, portata da non so quale forza. Sì, lo so quale forza, ma ho paura di dirtelo. “Sulle ali leggere dell’amore ho superato queste mura: non ci sono limiti di pietra che possano impedire il passo all’amore, e ciò che l’amore può fare, l’amore osa tentarlo. Ecco perché i tuoi parenti non mi possono fermare”… Romeo. In scena interpreto con tutto il mio cuore Nutrice, ma avrei voluto essere Giulietta, tu lo sai. E mi innamoravo sempre di più vedendoti insegnare a Giulietta come muoversi in scena. E io, Nutrice, dovevo portarla via, ma in realtà l’assecondavo nel suo rubare un attimo per godere ancora della vicinanza del suo giovane amore. E ora sono io, forse, quel giovane amore… Amore. Parola grande e infinita, così difficile da pronunciare per chi ne conosca il peso. Come sempre con te perdo il filo dei pensieri, ma forse mai come ora lo ritrovo. Oggi ti ho sentita, finalmente. Ho sentito che non è solo un mio delirare, vano. Che ci sei anche tu, a dibatterti in questo sentirci, che ora è di entrambe, a non volerlo accettare del tutto, ma a sentirlo sempre più forte crescere dentro. La tua bocca, Laura, il tuo respiro, la tua pelle. Avrei pianto tra le tue braccia, ma le lacrime non mi escono. Poter piangere tutta la mia sofferenza tra le braccia di chi sente, capisce, conosce il mio cuore. E i tuoi occhi non erano asciutti oggi, dopo che ci siamo strette, e finalmente baciate, delicatamente, mentre le braccia si stringevano quasi ancorandosi al corpo dell’altra, e poi unite in un bacio vero. Ci siamo aggrappate l’una all’altra in quell’immenso bisogno di noi. Ho imbevuto la mia bocca, le mie mani di donna nella tua essenza. Ho sentito, come un lampo dentro, il tuo gridare con me. Con me. Con me. Accucciata sul tuo piccolo seno, quasi da adolescente, mi sono colmata del tuo sorriso, del tuo tenermi con te. Poi la tua voce. Per me è un canto. Mentre mi accarezzavi il viso mi hai parlato. Hai ragione, sai. Io lo so. E io posso stare in un angolo, felice se rubiamo un’ora per noi. Mi basta sentire che non è solo desiderio, non è follia quella che cantava oggi nei tuoi occhi.

Ti mando un’immagine di noi, un fiore rosso.

Silvia

Lei era una donna di 45 anni, non molto alta, con gli occhi azzurri e capelli castano scuro, che nascondevano qualche filo bianco.

Amava il suo lavoro, al quale dedicava molto tempo, seguendo una piccola compagnia teatrale, che girava quasi esclusivamente nei teatri della regione.

Adesso insegnava recitazione con altri colleghi a un gruppo di giovani attori, come muoversi sulla scena, come parlare. Stavano preparando il saggio che avrebbe concluso il corso del secondo anno: un’opera impegnativa sia per la recitazione, sia per la scenografia.

Quel martedì le prove erano state un disastro, c’era tensione tra loro e nessuno sembrava prestare attenzione. Tutti sembravano presi da altri pensieri, svagati come se la primavera li avesse svegliati dal sonno invernale. Aveva dovuto urlare e riprendere mille volte Giulietta, che sembrava avere la mente troppo deconcentrata e poi Romeo che era troppo caustico e pungente, per non parlare delle scene, tutte approssimative e imprecise. Sapeva di avere delle grandi responsabilità nel caos generale, perché le sue note non avevano saputo segnare al gruppo la strada da seguire. Avevano così poco tempo per la messa in scena del saggio e dovevano correre per rispettare i tempi.

Però quell’incontro fortuito e appagante con Silvia, la sua allieva, aveva cambiato il volto alla giornata.

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nuovo post. Un libro magico

Il cofanetto di Puzzone

Su Caffè Letterario è stato da poco pubblicato un nuovo post, che potete leggere  anche qui.

Il vecchio libro trovato in soffitta è sembrato innocuo, ma dopo averlo aperto, Alice si ritrovò immersa in un mondo di magia e mistero che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.

Ad Alice è rimasto impresso quel ritrovamento e non si è mai pentita di averlo scoperto.

Era una giornata di agosto afosa e torrida. Era uno di quei giorni che fare qualsiasi cosa voleva dire sudare e boccheggiare. Non c’era posto nella casa a Venusia in cui stare senza andare in debito di ossigeno.

Quella mattina all’alba era partita di soppiatto, abbandonando tutto e tutti.

Se mi cercate, sono nella campagna di Venusia. Nella vecchia casa di mio padre, Berto

Il post-it giallo era attaccato al frigo e non poteva non notarsi.

Presa la bicicletta elettrica, messo nel portaoggetti una sportina di cotone con un po’ di cibo e un paio di bottiglie di vino rosso, aveva inforcato quel sentiero che costeggiava la montagna di Venusia. Non le costava molta fatica pedalare perché il motore elettrico faceva lo sforzo maggiore.

Erano le otto quando è arrivata alla vecchia casa colonica dove aveva vissuto lei con suo padre prima di trasferirsi a Venusia con tutta la famiglia. Era così ogni volta che tornava lì. Vecchi ricordi e spezzoni d’immagini l’avvolgevano come un bozzolo protettivo e tornava bambina, quando correva scalza sul prato verde con l’erba ben curata antistante il casolare.

Anche quel giorno di agosto non è stato diverso dal solito. Udiva le sue grida di gioia, gli acidi rimproveri della nonna e la voce dolce del padre. La madre non l’aveva mai conosciuta e nemmeno adesso sapeva chi fosse. Ogni volta che lo chiedeva, Berto cambiava discorso e parlava del fico, dell’albero del pane e di qualsiasi argomento lontano mille miglia dallo svelare chi fosse sua madre. La nonna Bertolda storceva il naso e fingeva di essere sorda. Insomma nessuno ne voleva parlare e così anche adesso ignorava chi fosse.

Aperto il portone cigolante e le finestre al piano terra per arieggiare gli ambienti rimasti chiusi per molti mesi, aveva sperato di trovare quella frescura che non c’era a Venusia. Il caldo umido delle stanze l’avevano costretta a rimanere solo con una t-shirt lunga sopra le mutandine di cotone. Tuttavia il corpo era sudato e la pelle appiccicosa.

Dopo essersi aggirata sbuffando a causa del caldo per le stanze, era salita fino alla soffitta, che ricordava come fosse un luogo proibito e chiuso con due mandate per evitare che Alice bambina entrasse a curiosare.

Ovviamente la porta era chiusa. Non l’aveva mai vista aperta. Ignorava dove fosse la chiave. «E ora che faccio?» Era sicura che questa fosse finita nella bara del padre e quindi evitò di andarne alla ricerca. Ricordò, che, quando era a Ludi per l’università, aveva visto un film dove insegnavano come aprire con mezzi di fortuna una serratura.

Si procurò due listelli robusti e cominciò con pazienza allineare i denti dell’ingranaggio dell’apertura, finché non sentì quel ‘click’ che stava a indicare che la porta era aperta.

Armata di candela entrò in quell’antro polveroso e pieno di ragnatele, attese che gli occhi si abituassero al grigiore della stanza e poi iniziò l’esplorazione.

Lo stupore si dipinse sul suo volto. Sembrava che un tempo fosse stata abitata. Un letto, un canterano, delle sedie e un tavolo a capretta in noce. In un angolo stava ricoperta da due dita di polvere una cassapanca e appoggiata alla parete più ampia una libreria con molti volumi.

Alice entrò in fibrillazione e con delicatezza tolse la polvere dai libri sulla mensola inferiore. Un libro in cuoio rosso e incisioni dorate attirò la sua attenzione. Era ritornata bambina quando curiosava tra tutto quello che colpiva la sua immaginazione.

Lo prese con cura come se fosse l’oggetto più prezioso del mondo. Liberò una sedia e il tavolo dalla polvere e ragnatele e lo posò.

Quando lo aprì, rimase di stucco. Era davvero il libro degli incantesimi con una dedica a Lucia da parte di Mefistofele. E si ritrovò in un luogo del tutto sconosciuto con persone vestite in modo strano e strade lastricate con sassi di fiume.

Aveva cambiato dimensione spazio-temporale.

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La partita a ping pong

L’arbitro chiama i di giocatori per dare inizio alla partita.

L’occhio segue la pallina. Questa vola leggera e veloce da una parte all’altra del tavolo. Gli spettatori muovono il capo in sincrono col movimento dei colpi.

L’orecchio ascolta il toc sul tavolo. Un rumore ritmico come quello sulla racchetta di legno accompagna il movimento della pallina che rimbalza violenta sul tavolo.

La mano avverte il ruvido. La pallina è liscia, il tavolo è scabro. La mano nasconde la pallina nel palmo prima di servire dopo un punto.

Il naso avverte il profumo della vittoria. La sente avvicinare punto dopo punto fino a esplodere in un urlo di contentezza. La vittoria è una droga che inebria il giocatore.

Il palato gusta il trionfo. Sono gli applausi del pubblico, le loro grida di euforia che rappresentano la droga per il vincitore.

Si spengono le luci, gli spettatori sciamano fuori tra un brusio di parole.

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Le mummie – seconda parte

Su Caffè Letterario è stata pubblicata da poco la parte conclusiva di questo breve racconto.

foto personale

Breve riassunto della prima parte.

Luigi e Lisa son in vacanza. Lui vede uno strano corteo funebre e decide di visitare il camposanto dove sono conservate delle mummie. Lisa vorrebbe mettersi in viaggio per tornare a casa ma alla fine acconsente alla sua richiesta. Al rientro preparano i bagagli per partire.

Giuseppi, il proprietario della locanda, era dispiaciuto che i suoi ospiti lasciassero la stanza con un giorno di anticipo, mentre li osservava a caricare i bagagli.

Lisa seduta sul lato passeggero aveva il viso più disteso e osservò Luigi che chiuso il bagagliaio si sedeva al posto di guida.

Girò la chiave e premette a fondo la frizione. Dal motore non arrivò nessun gemito. Riprovò senza ottenere un risultato migliore.

Lisa, irrigidita per il contrattempo, era seduta sul lato passeggero e osservava il marito che aveva la fronte imperlata di sudore e biascicava degli improperi.

«Riprova, caro» disse con voce suadente come a spronarlo a far partire l’auto che invece non ne aveva voglia.

Luigi alzò le spalle e girò la chiave. Il motore rimase muto senza segni di vita. Poi girò e rigirò con furia ma nessun segnale proveniva da sotto il cofano.

«Caro, ti vedo nervoso. Provo io che sono più calma». Lisa scese e si sedette nel posto del conducente. Girò con dolcezza la chiave e affondò con decisione il piede sulla frizione. Nessun borbottio. Silenzio assoluto.

«Smettila o la batteria sarà da cambiare» urlò Luigi di fianco alla macchina. Lisa alzò le spalle spostandosi sul lato passeggero.

Lui vide tre ragazzini che arrivavano calciando un sasso. Fece loro un segno di avvicinarsi perché voleva convincerli a spingere la macchina nella discesa distante pochi metri da dove era parcheggiata.

Loro allegri si misero di buona lena per far avanzare l’auto che imboccata la strada, che conduceva a una officina con annessa stazione di servizio, scese senza difficoltà.

Luigi con perizia la fermò davanti alla pompa di benzina, mentre un meccanico dal viso unto di olio gli chiese come poteva servirlo.

Lui spiegò a parole e gesti che il motore aveva un problema all’accensione. L’uomo tuffò la testa sotto il cofano e armeggiò nel tentativo di capire il motivo.

Lisa seduta in modo composto non udiva nessuna parola che riuscisse a interpretare. Si agitò in preda all’ansia dimenandosi sul sedile.

«Cara, il motore ha un guasto non riparabile su due piedi».

Lei sbiancò e chiese quanto tempo sarebbe servito per la riparazione.

«Dice che in due o tre giorni la macchina è pronta».

Riportati i bagagli Al gras’ nat, Giuseppi li accolse con un gran sorriso. Quella era l’unica locanda del paese, anche se Lisa avrebbe voluto cambiare.

«Chiedi un’altra stanza. Non voglio tornare in quella che abbiamo lasciato» affermò con forza Lisa decisa a non tornare nella vecchia camera.

«Cara, ma perché?»

«Non voglio vedere quella piazza». La donna si chiuse nel mutismo.

Il proprietario sorrise. Nessuno voleva quelle stanze che davano sul retro, su un vicolo poco illuminato e un tantino maleodorante. Quindi non ebbe difficoltà a esaudire la richiesta di Lisa.

Disfatti i bagagli, si distesero sui letti accaldati e sudati. La giornata piena di imprevisti aveva lasciato il segno.

«Cara, quelle mummie sono veramente orribili con quelle bocche aperte che gridano il loro dolore».

Lisa non rispose. Immersa nel suo sudore si era addormentata. Sognò che anche lei era diventata una mummia ed era stata aggiunta alle cento trenta. Avrebbe voluto urlare la sua rabbia ma dalla bocca non usciva nessun suono. Strinse i pugni conficcandosi le unghie nei palmi che sanguinarono. Aprì gli occhi col cuore che batteva a mille e il respiro mozzo. Allungò una mano ma non trovò quella di Luigi. Aspettò che facesse giorno per calmare l’ansia.

Luigi dopo aver fatto colazione propose di visitare le pietre dondolanti in cima alla collina.

«Va pure. Io resto nella stanza. Lasciami degli schei per comprarmi qualche rivista».

Lui rabbuiò in viso. Era a corto di contante e non c’era rimasto molto nella carta. «Non spendere troppo. Dobbiamo arrivare a casa» disse uscendo dalla stanza.

Lisa rimase sul letto stanchissima per la notte insonne popolata da terribili incubi. Poi con lentezza fece una doccia prima di uscire alla ricerca di un’edicola. Ricordava che ce ne erano tre. Una in piazza e le altre due nelle vie adiacenti. La prima non aveva riviste italiane. La seconda le teneva ma erano esaurite. Alla fine nella terza trovò due vecchi rotocalchi, Tempo e Bellezze, che comprò anche se non erano di suo gradimento.

Tornata in stanza si impose di leggere tutti gli articoli per passare la mattinata, ma dopo una mezz’ora di uno sfogliare frenetico le gettò in un angolo della camera.

Al rientro di Luigi lo implorò di andare all’officina a controllare che il meccanico lavorasse alla loro macchina. «Questi sono degli sfaccendati. Se non stai col fiato sul collo, se la prendono comoda».

Luigi sbuffò ma promise di andare nel pomeriggio a controllare.

Lisa era terrorizzata per la nuova notte che doveva affrontare. Aveva dinnanzi agli occhi i volti trasfigurati delle mummie e il cuore cominciò a battere con furia.

Si distesero sul letto e Luigi si addormentò subito nonostante il caldo insopportabile della stanza. Non c’era nemmeno un ventilatore a mitigare l’afa. Il suo respiro era regolare, quasi un soffio. Lisa invece rimase con gli occhi aperti con la speranza di non vedere quelle facce urlanti.

Il campanile del duomo batteva con regolarità le ore ma per lei il tempo era fermo. Non voleva addormentarsi. Non voleva vedere quelle facce contorte. Non voleva ascoltare le loro urla. Non voleva e basta.

Un raggio di sole si insinuò tra le imposte chiuse per annunciare una nuova giornata soleggiata e calda.

Luigi propose una passeggiata nel vicino bosco di querce ma Lisa oppose un netto rifiuto. «Va pure, caro. Io resto qui a leggere le mie riviste». Una pietosa bugia perché in effetti non aveva nulla da leggere.

Rimasta sola, dopo una veloce doccia si precipitò fuori alla ricerca di qualcosa da sfogliare. Tornò in camera con un fascio di riviste americane. “Non conosco l’inglese ma guarderò le figure”. Le consultò con rabbia mentre avvertiva un groppo alla gola come se una mano la soffocasse. Aprì la finestra ma l’unico effetto fu una ventata di aria calda umida e maleodorante. Aspettò il rientro di Luigi per spronarlo a partire.

«La macchina?» Fu il benvenuto.

Lui scrollò le spalle e non rispose.

«Non ho fame. Vai pure da solo ma passa dall’officina per sollecitarli a fare presto».

Lisa sudava copiosamente e il respiro era affannato. Sarebbe stata meglio solo dopo essere partita da questo piccolo paese di cui non ricordava il nome.

«L’auto sarà pronta domani o dopodomani. Me lo hanno garantito» disse Luigi, mettendosi in bermuda.

Lisa era terrorizzata: doveva affrontare una nuova notte. All’una si alzò per fare una doccia fredda. Il respiro era corto. Sembrava un mantice asfittico. Il cuore rallentava e faticava a pompare il sangue.

Luigi dormiva beato nel suo letto e non udì nulla, nemmeno lo scroscio dell’acqua nella doccia.

Lisa uscì dal bagno barcollante, ancora umida per non essere riuscita ad asciugare il corpo. Si distese sul letto. La sinistra provò a sentire il battito del polso. Tum. Un silenzio. Tum. Un secondo intervallo. Si spaventò e strizzò un seno nella speranza che il cuore riprendesse a battere con regolarità. Per qualche istante le sembrò che avesse avuto un’accelerazione ma poi non sentì più nulla.

«Luigi, sto male. Sto morendo» sussurrò sperando di svegliarlo.

Era nuda sul letto a occhi aperti e con la destra strizzava il seno sinistro.

Luigi aprì gli occhi e la vide. «Cosa c’è?»

«Sto morendo» Un filo di voce usciva dalla bocca. «Sto morendo».

Luigi si sedette accanto a lei stringendole la mano.

«Mi prometti che quando sono morta non mi seppellisci in quel camposanto?»

«Non dire sciocchezze. Un po’ di aria fresca e tutto passerà».

Lisa scosse il capo. «Promettimi che non mi lascerai il quel camposanto. Promettimelo».

Luigi scosse il capo e non promise nulla.

Lei sentì che il cuore batteva sempre più piano, finché non smise del tutto.

Nel pomeriggio Luigi si mise in viaggio per tornare in Italia. Fischiettava ascoltando la radio della macchina e sul lato passeggero svolazzano delle riviste americane.

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